I negozi di montagna come presidio di comunità

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Luoghi di incontro e di servizio, non solo attività commerciali. Questo sono i negozi di montagna che stanno scomparendo. I paesi senza le botteghe, i bar, le vetrine di artigiani sono più poveri. La questione è sotto i riflettori, anche se per tante persone che popolano le terre alte è ormai tardi per cambiare le cose.

«Prima hanno distrutto il commercio, la grossa distribuzione ci ha messo in ginocchio, ora si cerca una soluzione, temo che non sia più possibile», dice Gisella Giovannone Mella, che ha 80 anni, da 65 gestisce quello che è l’ultimo negozio di alimentari rimasto in valle Bognanco, in Ossola, e accoglie i suoi clienti 365 giorni l’anno, distribuendo anche depliant e brochure ai visitatori, come se fosse un ufficio turistico.

«Sono originaria di Cimamulera, ma penso di amare Bognanco più dei bognanchesi – racconta con orgoglio -. Finché potrò sarò presente nel mio negozio, anche se ho subìto, come altri, ogni tipo di scorrettezza: tasse troppo alte, nessun sostegno. E fortuna che non devo pagare l’affitto. Siamo sempre stati indipendenti, dal 1932 possiamo commerciare le acque della valle e con questa attività facciamo quadrare il bilancio. E non cambio: continuo ad acquistare il prosciutto da rifornitori fidati e vendo i formaggi locali: per questo ho una clientela affezionata».

«Compra in valle, la montagna vivrà» è lo slogan che in questi giorni ha lanciato Uncem per salvare i negozi di montagna. I dati dell’Osservatorio regionale sul commercio indicano in Piemonte (ma vale un pò per tutte le regioni, n.d.r.) 81 comuni senza neanche un negozio e il fenomeno della desertificazione in crescita. C’è una proposta di legge in Parlamento dedicata ai piccoli paesi con primo firmatario Enrico Borghi del Pd. «Si parla di incentivi dedicati agli enti locali per creazione di centri multi-servizio – spiega -. Altro tema sono gli sgravi fiscali, indirizzati solo alle zone dove è stato individuato il fallimento del mercato, per non danneggiare la concorrenza. Ripopolare la montagna è possibile».

Difficile è convincere chi è definito «coraggioso» perché vive e lavora nei paesi di valle. «Vado avanti perché amo il mio lavoro e i miei clienti, ma, se non ci fosse mio marito farei fatica ad arrivare a fine mese – dice Barbara Gaiardelli, mamma e proprietaria dell’unico negozio di alimentari a Villette, in val Vigezzo -. Per fortuna pago un affitto basso al Comune, altrimenti non avrei mai potuto iniziare nel 2009. Pochi gli aiuti per la nostra categoria, non riesco ad assumere dipendenti, pago una ragazza a giornata che mi sostituisce se non ci sono, non è possibile superare un tot di ore e di fatto lavoro sempre io, anche con l’influenza. E pensare che qui una volta i negozi di alimentari erano tre, poi per sei anni nessuno».

Stesso coraggio ha avuto l’anno scorso Viviana Mellerio che a 54 anni ha aperto a Buttogno, frazione di Santa Maria Maggiore, un negozio di alimentari nella ex sede delle scuole. «Nessuno alla mia età mi avrebbe messo in regola, avevo bisogno di lavorare e, poiché avevo già esperienza nel settore, mi sono buttata in questa avventura – svela -. I clienti non vengono da me per la spesa grossa, ma pane e prosciutto si vendono bene. Quello che conta è stare in piedi, bilanciando spese e affitto. Dovrebbero darci respiro abbassando le tasse».

«In montagna ci sono periodi in cui il turismo ci aiuta tanto e altri in cui le vendite sono scarse, eppure lo Stato, in base agli studi di settore, ci chiede di rispettare parametri come fossimo in città, ma difficili da raggiungere per noi», aggiunge Silvia Ferrera che con la famiglia porta avanti da tre generazioni il negozio di alimentari a Ponte di Formazza. Le politiche per le terre alte di cui si parla in questo momento dovrebbero riguardare anche strategie per incentivare i turisti ad acquistare in modo consapevole i prodotti nei negozi dei luoghi che visitano.

Fonte: La Stampa

La trasparenza non è un obbligo, ma una convinzione

La campagna di trasparenza di Banca Etica

A me non serve chiedere una legge per sapere come usa i miei soldi la mia banca o a chi li presta.

Non occorre un intervento dell’Antitrust, del Parlamento o di chissà quale altra istituzione della Repubblica.

Perché la mia banca pubblica da sempre l’elenco dei soggetti beneficiari di un finanziamento. Per una questione di trasparenza, di coerenza, di onestà.

(Anche) Per questo ho scelto Banca Popolare Etica, e ne sono ogni giorno più felice.

Banca Etica è l’unica banca in Italia e tra le poche al mondo a pubblicare online i finanziamenti erogati alle persone giuridiche. “Con i miei soldi” è lo spazio dove soci e clienti possono verificare come viene impiegato il loro risparmio: a sostegno di inizative responsabili sotto il profilo sociale e ambientale.

Guarda i dati aggregati. Tante persone stanno cambiando la finanza azione per azione.

Prove tecniche di città a misura di pedoni

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Secondo la definizione che ne dà il Comune, il Programma Superilles “Riempiamo di vita le strade” (2016) è un progetto di città rivolto al miglioramento della vita delle persone. Tutto ruota intorno alla messa a punto di un modulo in grado di configurare nuovi spazi di convivenza, secondo un modello organizzativo del tessuto urbano pensato in primis per i residenti. Un’opportunità per favorire la mobilità sostenibile, la produttività, il verde e la biodiversità, così come gli spazi di sosta per il pedone.

L’idea consiste nel definire il perimetro d’un insieme d’isolati che deve assorbire la maggior parte del traffico privato e pubblico, mentre l’interno viene destinato ad uso esclusivo di residenti, pedoni e biciclette.

Succede a Barcellona, dove la politica ha scelto di sperimentare un futuro altro e sostenibile. Perlomeno, ci prova.

DI CHE SI TRATTA

LED: dove eravamo rimasti?

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Dunque, grazie all’inchiesta di “Presa Diretta” sull’inquinamento luminoso, si viene a scoprire che i LED sarebbero dannosi per la salute.

Dopo che per anni ci è stato detto esattamente il contrario, ora salta fuori questa bomba ad orologeria in un momento in cui le nostre città, il più delle volte per mere questioni legate al bilancio (i led, si sa, consumano infinitamente meno delle lampade “tradizionali”), stanno sostituendo e ammodernando la pubblica illuminazione con impianti maggiormente performanti da un punto di vista energetico e, quindi, ambientale.

Non sono voci, ma studi scientifici, che girano da tempo, supportati in Italia anche da Ispra, agenzia di diretta emanazione statale.

E allora la domanda è semplice: ma perché diavolo nessuno, dal Ministero della Salute o, meglio ancora, dal Ministero dell’Ambiente, ha pensato di avvertire i sindaci prima che intervenissero con una tecnologia che, se usata male, non solo non migliora la situazione esistente ma la compromette per 20 anni, pregiudicando in tal modo ogni possibile alternativa?

Che ci stanno a fare, a Roma, tutti i tecnici e i responsabili del Ministero? E il Sig. Galletti che dice?

Patrimonio delle umanità

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I piccoli negozi di vicinato, le botteghe artigiane, dovrebbero essere tutelate e valorizzate come patrimonio delle umanità.

Per ciò che rappresentano, per il servizio che danno. Perché sono un antidoto, visibile e potentissimo, alla decadenza di un modello che basa la propria forza e ragion d’essere su linee guida codificate: fretta, bisogni indotti, usa e getta, isolamento.

Se fossi il sindaco della mia città metterei in campo incentivi, anche sotto forma di de-tassazione, campagne di informazione e sensibilizzazione, spazi ed occasioni di incontro con la cittadinanza. Chiedendo loro, in cambio, di scegliere il territorio in tutte le sue declinazioni (filiera corta, tipicità, stagionalità, storia) e innovazione (anche nella componente di contaminazione delle culture del e dal mondo).

Questo farei, insieme ad una moratoria che ci guarisca dalla bulimia delle grandi cattedrali del consumo a orario continuato.

Meno cemento, insomma, e più prossimità. Meno oggetti, e più passione. Meno spreco, più riuso.

Una specie di cambio di passo irreversibile, forse salvifico.

La Svezia in riparazione

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Credo che stia avvendendo un grande cambiamento in Svezia. C’è una maggiore consapevolezza, dobbiamo fare durare le cose più a lungo al fine di ridurre il consumo di materiali‘.

Parola di Per Bolund, Ministro svedese per i mercati finanziari. Il partito di coalizione verde sta presentando una proposta al Parlamento svedese per tagliare l’aliquota IVA sulle riparazioni di biciclette, vestiti e scarpe dal 25% al 12%.

La riduzione fiscale sugli apparecchi potrebbe stimolare la creazione di una nuova industria di riparazioni, fornendo posti di lavoro tanto necessari per i nuovi immigrati che non hanno un istruzione formale. La Svezia ha tagliato le sue emissioni annue di anidride carbonica del 23% dal 1990 e già genera più della metà dell’energia elettrica da fonti rinnovabili.

Utopie concrete di una politica che le cose le fa, e le cambia.

Qui l’articolo completo tratto da Caterpillar.

Se niente importa

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“Una gabbia per galline ovaiole concede in genere a ogni animale una superficie all’incirca di quattro decimetri quadrati: uno spazio grande poco meno di un foglio A4…

Entra mentalmente in un ascensore affollato, un ascensore così affollato che non riesci a girarti senza sbattere contro il tuo vicino. Un ascensore così affollato che spesso rimani sollevato a mezz’aria. Il che è una specie di benedizione, perché il pavimento inclinato è fatto di fil di ferro che ti sega i piedi.

Dopo un pò quelli che stanno nell’ascensore perderanno la capacità di lavorare nell’interesse del gruppo. Alcuni diventeranno violenti, altri impazziranno. Qualcuno, privato di cibo e speranza, si volgerà al cannibalismo.

Non c’è tregua, non c’è sollievo. Non arriverà nessun addetto a riparare l’ascensore. Le porte si apriranno una sola volta, al termine della tua vita, per portarti nell’unico posto peggiore”.

“Se niente importa”. Di Jonathan Safran Foer – IL LIBRO

Sessantaquattro milioni

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Forse sono io che sono un irriducibile ingenuo. O un pericoloso populista, che mette insieme pezzi di verità per confutare la visione complessiva e fornire una ricetta facile facile ma impraticabile di fronte alla realtà dei fatti.

Ma non riesco a togliermi dalla testa questa cifra che grida vendetta. Sessantaquattro milioni. Al giorno. Spesi per comprare armi, mantenere eserciti e missioni, investire in un mondo fatto di forza ed esportazione, forzata, di queste nostre bolse democrazie.

Sessantaquattro milioni di euro spesi al giorno, tutti i santi giorni, per acquistare carri armati, elicotteri d’assalto, f-35, bombe. Ma che ci faremo, poi, con tutta questa tecnologia di morte? Noi che nella Carta Costituzionale (ormai solo su quel pezzo di carta) ripudiamo la guerra. Noi che ci lamentiamo dei tagli e delle risorse che non bastano mai. Noi che protestiamo con l’Europa per i troppi vincoli e la mannaia di un politica di austerità perlomeno miope, se non del tutto cieca…

Sessantaquattro milioni di euro, al giorno. Ogni giorno, per tutti i giorni dell’anno. Pensiamoci, in questa vigilia di anno nuovo. In questo tempo di buoni propositi e di promesse che potrebbero essere presto di marinaio. E diamoci un taglio, con le balle. Diamoci un taglio, a questa logica folle e insulsa del mondo che siamo diventati, a forza di dirci che c’era il rischio di diventarlo…

E facciamoci dell’altro, con quei soldi. Che di cose da fare, in questo nostro amato Paese, ce ne sarebbero eccome.

Cibo, lavoro e dignità

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Camminando nella piana di Gioia Tauro, negli agrumeti intorno a Rosarno, abbiamo riflettuto molto su questo.

Se guardiamo gli scaffali infiniti dei supermercati, o i tir stracolmi di cibo che solcano le autostrade o i container nei porti e negli aeroporti, o i buffet sempre pieni di ristoranti sempre uguali, ma anche se pensiamo alle tendopoli di stato con centinaia di baraccati, alle navi militari con la pancia piena di naufraghi pronti a diventare richiedenti asilo, agli alberghi, ai residence e alle caserme trasformati in centri di interminabile emergenza, se pensiamo a tutto ciò, come facciamo a cercare spazi di dignità e rispetto per la vita umana?

Tutto sembra dentro a una macchina destinata a schiacciare e incasellare, una macchina dentro alla quale hai una sola possibile posizione: aspettare di poter consumare. Dove consumare significa anche consumarti e dove poter trovare uno spazio per raccontare o addirittura proporre una tua scelta è davvero difficile.

I produttori di agrumi che abbiamo incontrato nei campi di clementine non raccolte o i migranti della tendopoli e dei casolari di campagna hanno questo in comune: sanno di non poter scegliere, di poter solo aspettare. L’attesa di lavorare, l’attesa di mangiare: il cibo che nutre o che ti mangia?