Scusa, Ilaria

Una donna forte, scrivono. Coraggiosa, dicono. Testarda, descrivono.

Io non ti conosco Ilaria, ho imparato ad osservarti da lontano, come con un passante dall’altra parte della strada.

Non so se sei è una donna forte, e debole. Se sei una donna coraggiosa e piena di paure. Se sei testarda e quante volte ti sei lasciata andare rincorsa dal dolore e dalla rabbia.

So che quello che hai fatto per nove anni, insieme alla tua famiglia, è stato chiedere giustizia. Chiederla per tutti noi.

Perché uno Stato democratico e giusto non massacra di botte e uccide una persona in custodia. Non nasconde la verità. Non nega l’evidenza di una storia che ora tutti conoscono con certezza.

Vuoi che venga fatta giustizia, e che si chieda scusa per l’odio e le offese che per troppo tempo hanno inferto altri colpi al corpo e alla vita di Stefano.

Dunque, Ilaria, scusa. Per non aver capito quanto fosse importante ciò che stavi facendo, per tutti noi. Per avervi solo osservati distratto e di fretta, dall’altra parte della strada.

Il tempo scaduto che ancora perdiamo

Abbiamo un problema e fingiamo di non sapere.

Nel giorno in cui l’Intergovernmental Panel on Climate Change, IPCC grida al mondo intero che non c’è più tempo da perdere, nella pozzanghera emiliana un’intera classe dirigente perde quel poco di credibilità in fatto di materie ambientali rimangiandosi dopo pochi giorni uno sbiaditissimo provvedimento per limitare traffico e smog nelle nostre città.

Davvero non comprendo cosa passa nella testa dei nostri amministratori locali e regionali. Quanto sono spesse le fette di prosciutto che vi accecano la vista, ribaltando l’ordine delle cose, ciò che vi porta sempre e comunque ad anteporre lo sviluppo alla salute, il business al benessere, il lavoro (precario, pericoloso) alla qualità della vita delle comunità che dite di amare?

Quanto di quel tempo che è già scaduto avete intenzione ancora di perdere per porre rimedio a un modello di sviluppo che ci sta letteralmente uccidendo?

Cosa conta e cosa resta

E’ talmente forte l’esempio di Riace che bisognava in tutti i modi creare le condizioni per narrare il suo contrario. Gettare un’ombra, instillare il dubbio e i si dice. Basta qualche giorno di merda a reti unificate per annientare nell’immaginario collettivo una storia lunga vent’anni. Questo conta, e questo resterà.

Che un Ministro dell’Interno si schieri ed esulti come un bimbominchia qualunque è ancora più grave delle polemiche in sé, o dei latrati dei cani da riporto alla Meloni, per capirci. Il dolore per questo ceffone di Stato è grande, perché i partiti partiti di testa di destra e di sinistra pure non hanno mai compreso l’operato di Mimmo Lucano. Che avrà lasciato per strada passaggi burocratici e atti amministrativi. Senza abbandonare nessuno, però.

Non ha mai considerato queste donne e questi uomini e questi bambini come numeri, o moduli Sprar da compilare. Ma persone da accogliere, progetti a cui appiccicare un’etichetta chiamata futuro, possibilità.

Quanto vi spaventa tutto questo, generali del non fare? Come vi sentite ora, galoppini da tastiera? Cosa vi resta nello smontare capolavori altrui a fronte delle vostre inefficienze, della vostra fottuta ignavia?

Si dice sempre in questi casi, la magistratura faccia il suo corso. Perché è giusto che sia così. Perché bisogna dirlo. Come bisognerebbe ricordare, sempre, che un indagato è innocente fino a prova contraria. Come dice non un rancoroso qualunque, ma la nostra Costituzione. Che Salvini non conosce, se da Ministro e per giunta agli Interni si schiera, e sbava come un qualunque teppistello allo stadio.

Volevate smontarla, questa bella storia, e magari ci siete riusciti. O magari no, in fondo dipende (anche) da noi.

Cinquanta piccole rivoluzioni

Non sopporti le ingiustizie? C’è qualcosa nel mondo che non ti piace e vorresti cambiare?

Questo è il libro giusto per te! 50 sfide, 50 imprese e 50 atti rivoluzionari che ti aiuteranno a far diventare migliore te stesso, il tuo quartiere e il mondo intero! Diventa un drago della raccolta differenziata, passa un giorno senza energia elettrica, smetti di seguire la moda e gioca alla pari con ragazzi e ragazze. Puoi affrontare le sfide anche da solo, ma sappiamo che le rivoluzioni sono contagiose!

LA SCHEDA DEL LIBRO

Perpendicolare alle carezze

Voglio fondare un’agenzia dello star quieto. Arruolarmi all’esercito dell’ozio. Farmi equinozio in equilibrio tra luna e sole.

Essere onnipaziente. Comprensivo, senza istituto. Aperto, senza negozio.

Voglio dirigere il traffico dei sogni e seguirli fino in fondo. Reclutare carezze per chi non le possiede.

Mettere un piede nell’esserci sempre, per gli altri.

Voglio erigere un castello d’aria e di nuvole, dare il centro alle periferie. Smussare gli angoli, riempire di coriandoli la testa dei maligni.

Voglio cucire fiori sul ciglio dei marciapiedi, illuminare piazze di persone. E masticar parole ormai desuete: comunità, compagni, partecipazione.

Voglia fresca, sulla soglia di una saracinesca mai abbassata. Voglia ostinata, voglio. Di un tempo che arriva se lo lascio entrare, se sarò capace e curioso di obbedire.

All’istinto che sono, che siamo. Che siamo pioggia che bagna e che nutre, che disseta e rincuora.

Scendiamo dalla croce che stiamo trascinando

Come si costruisce un’alternativa credibile, ma soprattutto desiderabile? Come si trasforma un disagio diffuso (per quanto minoritario) in qualcosa che non spenga l’indignazione ma che sia in grado di smuovere le persone e spingerle a mettersi in cammino?

Come si riesce a smontare le diffidenze che ostruiscono il passaggio, costringendo tutti quelli che già oggi producono storie di ribellione e bellezza sociale a mettersi in rete?

E’ possibile che il cambiamento si compia sulle spalle di vecchie bandiere? Si possono utilizzare gli stessi strumenti, le stesse parole, per fare una rivoluzione (per quanto pacifica)?

Si ragiona per bande, si rincorre il modello dell’uomo forte al comando (sempre un uomo, guarda caso). Ci si parla addosso quasi tutto il tempo. Sono cori da stadio, non ragionamenti. Sono sveltine, non certo pazienti visioni del futuro.

Io credo si debba tornare ad ascoltare, profondamente e con un alto tasso di umiltà. Credo si debba restituire dignità al confronto, all’approfondimento, mettendo al bando giudizi sommari e sentenze.

Poi, serve prendere decisioni, ma facendo. Azione, cose concrete. Cambiare il mondo dietro l’angolo, non al prossimo congresso. Farle, le cose, e farle bene. Predicare l’energia pulita con un pannello solare sul tetto della sezione. Altrimenti la politica diventa casta e il popolo inveisce. Essere credibili, credendoci. Essere un esempio, dandolo.

E bisogna avere il coraggio di saltare un turno o due, o comunque il tempo che occorre per rimettere in moto i piedi, scendere in mezzo alla gente. Oggi la sinistra è un Panda che i cittadini non vogliono salvare, e nemmeno gli attivisti…

Ci vogliamo svegliare o preferiamo restare inchiodati alla croce che stiamo trascinando?

Vai pure a fare il bullo sulle bacheche altrui

Questa è l’ultima volta che ti permetto di affacciarti dal mio balcone di Facebook. Sto dando aria ai locali. Non trasloco, lascio uscire le scorie di cui mi sono in parte cibato, in questi anni. Indignazione, rabbia, paura, sconforto. Basta.

Servono parole nuove, azioni diverse, serve raccontare e fare il bello, il giusto. Serve uno sforzo di fantasia per evitare che la dittatura del terrore ci metta spalle al muro dietro cui hai costruito il tuo consenso, l’arroganza e la violenza di cui ti nutri ogni giorno.

Non ci saranno altri post, su di te. Nessuna condivisione di immagini, frasi ad effetto, sproloqui. Non sarà il presente a giudicarti, ma la storia, i fatti. Come quei 49 milioni sottratti ai famosi italiani che vengono sempre prima ma mai prima dei materassi imbottiti della Lega. Come il tuo voto a favore della proroga alle concessioni di Stato a quelle Autostrade per l’Italia che oggi attacchi con la bava alla bocca tipica di uno sciacallo qualunque. Senza pudore, senza dignità. Senso del limite.

Ed è proprio questo limite che mi impongo di non superare. Vai pure a fare il bullo sulle bacheche altrui, io voglio stare altrove: assaporare gli arancini democratici di Catania, passeggiare tra le stradine libere di Riace, raccontare la forza mostruosa dei miei sindaci virtuosi.

Pussa via, e non farti più vedere.

Roba per poveri illusi

Ma davvero non vedete il nesso tra la strage di Genova e quella di Civita? Davvero non ne cogliete l’intimo legame? Continuiamo a costruire strade e a finanziare grandi opere, rimpinguiamo di anno in anno il bilancio della Difesa a discapito di ciò che conterebbe davvero.

Non facciamo manutenzione delle cose che già esistono perché ci piace inaugurare, esibire, esagerare. Non facciamo manutenzione nemmeno di ciò che ci circonda, del territorio su cui poggiano le nostre vite precarie. Ed ogni inverno viene giù un pezzo di montagna, un fiume sempre più imbrigliato dal cemento si incazza e si ingrossa, frana una scuola mal costruita, un viadotto…

Il nesso c’è ma non ci importa guardare, perché osservare richiederebbe tempo e lungimiranza, perché aggiustare e riparare non fanno più parte del nostro vocabolario, non vi è traccia alcuna in quello dei nostri politici.

La politica, manca. Quella nobile azione dell’uomo che è stata un vanto e un onore per chi l’ha sempre fatta con onestà e passione e che oggi è sinonimo di insulto o privilegio, roba per poveri illusi. Come siamo arrivati fino a questo punto? Come è ancora possibile cambiare scenario, parole, azioni?

Io non ho le risposte, le cerco ponendo domande, sperimentando tanto, sbagliando pure. Occorre un cambio di paradigma, uno scarto netto, una prospettiva altra da qui.

Ripartiamo dalle persone per bene, che fanno bene le cose, che le cambiano in meglio, per loro e per chi li circonda. Ripariamoci dall’algoritmo del brutto, dalla dittatura dell’arroganza. Ricominciamo da questo punto, avendo cura di come ci comportiamo con il prossimo, facendo manutenzione del nostro essere cittadini del mondo. Quel mondo che dobbiamo cambiare e che cambia se iniziamo a farlo.