Ogni giorno

Ogni giorno.

Poso la penna, o spengo il mouse. Esco dall’ufficio, che è poi casa mia. E cammino. Vado a zonzo per la città per 35-40 minuti. Tutti i giorni, o quasi.

Non lo faccio per la linea (che tanto quella…). Non lo faccio (solo) per scaricare le tensioni della giornata. Lo faccio per respirare, prima di tutto. Per curiosare (le strade, le persone, le luci, i rumori…). E per esercitarmi.

Da qualche tempo, infatti, ho scelto per professione di dedicarmi al mio, di tempo. In qualche modo di riprendermelo. Un pezzetto alla volta. Parentesi, all’inizio, che sono diventate con i mesi e negli anni pareti di una stanza sempre più grande e accogliente e calda.

E da allora ho imparato a non perdere nemmeno un bacio, di Monica o Marcello. Nemmeno un gioco, o una carezza, nemmeno un abbraccio.

Faccio il mio lavoro, e credo di farlo anche abbastanza bene, nel privilegio che sono consapevole di avere coltivato. Lo faccio con tutto l’amore e la passione che posso, a tal punto da non considerarlo tale, il più delle volte.

Ma ciò che rende il mio tempo unico e indivisibile dalle persone che amo sono esattamente io, insieme a quelle persone.

Ecco, se qualcuno mi chiedesse qualcosa circa la mia visione della lentezza sarebbe per l’appunto tutto qui dentro. Dentro l’amore che non voglio sprecare, dentro il tempo che sto cercando di vivere.

Ogni giorno.

Il viaggio e l’incontro

Che cos’è il turismo responsabile? Maurizio Davolio, presidente di AITR, Associazione Italiana Turismo Responsabile e Alfredo Somoza, presidente di ICEI lo spiegano in questa “guida riflessiva” che non solo mette in luce gli elementi critici del turismo di massa ma enuncia le caratteristiche di un viaggio responsabile: la preparazione accurata, le piccole dimensioni dei gruppi, l’incontro con la comunità che ospita, il rispetto dell’ambiente e delle culture locali.

Un viaggio più lento, più profondo e più dolce, che ha sempre dentro di sé un incontro, per quanto “fuggevole”. Ma il viaggio responsabile è anche un importante vettore di sviluppo per i Paesi “svantaggiati”, perché le ricadute economiche sono ben più consistenti, dirette e durature di quelle prodotte dal turismo mordi-e-fuggi, per non parlare dell’impronta ecologica, assai più lieve.

Alle voci degli autori si affiancano quelle di illustri ospiti, come Marco Aime, Duccio Canestrini, Gianni Morelli, e di molti altri esperti, oltre alla prefazione – intensa e spassosa – di Patrizio Roversi. Un libro – ben scritto, chiaro e completo – per chi vuole studiare il fenomeno, o anche, più semplicemente, per chi desidera comprenderne a fondo tutti gli aspetti: i “fondamentali”, tutte le tipologie di turismo – eco, solidale, sostenibile – in Italia, in Europa, nel mondo, la storia di AITR e il vivace dibattito in corso.

Scrive Gianni Morelli, viaggiatore e “papà” delle guide Clup:

“C’è ancora bisogno di parlare di turismo responsabile?. Non mi pare che l’industria turistica abbia fatto passi da gigante verso la responsabilità. Sono cambiati gli organizzatori, i croupier, ma non le regole del gioco. Sono arrivati l’onnipresente copia/incolla della rete, la bulimia subdola di Trip Advisor, le proposte psicotrope del last minute e del low cost. Gli smartphone hanno eliminato le guide di carta. Gli indirizzi sono diventati elettronici. Ma le formule sono rimaste le stesse. E allora sono tentato di rispondere a mia volta con una domanda. In un’epoca in cui le trasformazioni rotolano più rapide della corteccia cerebrale e in direzioni spesso preoccupanti, se qualcuno ha ancora voglia di pronunciare la parola sostenibile, come si può non unirsi al coro? Visto che il turismo, inteso come viaggio di conoscenza, può essere un’esperienza senza uguali”.

IL LIBRO

La città incantata

Breve storia di una materna senza sezioni, di finestre basse e pesci che nuotano sotto al pavimento…

Metti delle teste illuminate e curiose intorno a un’intuizione che è poco più di un sogno, ed otterrai un progetto. E’ questo, di tutti gli incipit possibili, quello che ho trovato più adatto per raccontare l’esperienza che ho vissuto ieri visitando “La città incantata”, la nuova scuola dell’infanzia statale inaugurata sabato scorso a Basilicagoiano, frazione del comune virtuoso di Montechiarugolo (PR).

Ad accogliermi è Daniele Friggeri, giovane vice sindaco che mi accompagna dentro ad una scuola unica nel suo genere. Innanzitutto la struttura. 865 metri quadrati di cui 133 adibiti a porticato, per una capienza massima di 120 bambini (al momento sono 78 che la frequentano da circa un mese e mezzo). Le pareti sono dipinte con materiale innovativo in polvere minerale priva di materie inquinanti, in grado di eliminare fino al 99,9% di muffe e batteri, togliere i cattivi odori e ridurre l’inquinamento. Zero barriere architettoniche. Pavimenti in legno. Illuminazione a Led. Riscaldamento a pavimento. Un tetto ricoperto di pannelli fotovoltaici. Pompe di calore. Ampie vetrate ad accogliere cataste di luce naturale. Classe energetica A4, praticamente un edificio a zero consumo energetico. Ampio spazio esterno che quando crescerà l’erba diventerà un’area verde a disposizione dei bambini. Insomma, per farla breve, una cosa pressoché perfetta.

Ma qui il punto è un altro. Ed è l’aver costruito una scuola a misura di bambino. Con gli occhi, e la testa, di un bambino. “Avremmo potuto fermarci – mi racconta Daniele – alla tradizione educativa, seppur rinomata, dei territori a noi vicini (i mitici asili reggiani, n.d.r.), ma non ci siamo voluti accontentare. Volevamo attingere da contesti differenti per riuscire ad immaginare una scuola differente, un ambiente educante e stimolante che fosse in grado di dare risposte moderne ai bisogni educativi negli anni a venire”.

Vengono arruolati due sperimentatori “visionari”, la Professoressa Elisabetta Musi (pedagogista e ricercatrice Università Cattolica di Piacenza) e l’architetto Mao Fusina. Nasce così l’idea di una scuola sperimentale senza sezioni. Il concetto formativo ed educativo condiziona (e viceversa) l’ideazione e organizzazione degli spazi fisici, in un tutt’uno che porta ad una specie di rivoluzione. “Il modello organizzativo a gruppo aperto punta a costruire un ambiente di apprendimento che sostenga fortemente il gioco – scrive la professoressa Musi -, dove la formazione di piccoli o medi gruppi, omogenei, eterogenei, costituiti in base agli interessi, allo spazio di gioco scelto e/o alle amicizie è lasciata alla libera scelta dei bambini. Il concetto fondamentale di questo approccio didattico è apertura: degli spazi, dei pensieri progettuali dei bambini e del team delle docenti”. In una società che tende ad erigere muri, loro li tolgono proprio, concettualmente e fisicamente.

L’ambiente della scuola è pensato per favorire lo sviluppo dell’autonomia e della responsabilità individuale. Tutto qui è davvero costruito a misura di bambino: gli arredi, le finestre più in basso, perfino i rubinetti del bagno e i colori sulle pareti. C’è il teatrino interno e l’anfiteatro naturale all’esterno della struttura. C’è un acquario di 30 metri quadrati sotto ai piedi dei bambini (non è un refuso, avete letto bene…), dove nuotano beati 300 pesciolini nell’area gioco multidisciplinare. Il bambino diventa esploratore, e il gioco dell’apprendere e dello stare insieme è una scoperta unica e irripetibile, ogni giorno.

La cosa incredibile di tutta questa operazione è il costo finale dell’opera, che si aggira intorno al milione e mezzo di euro. Come a dire che la bellezza e l’innovazione che mette al centro le persone non costa di più, ma di meno. Dove i soldi spesi (bene) producono ricchezza emotiva che incrementa un indicatore tanto snobbato quanto fondamentale, almeno per chi scrive: ovvero il BIL, benessere interno lordo.

Ciliegina sulla torta? La progettazione è interna, essendo nata in seno all’ufficio tecnico comunale. Alla faccia di chi ha sempre qualcosa di butto da dire o da pensare nei confronti dei dipendenti comunali, e della cosa pubblica.

I bambini sentono che la comunità si prende cura di loro e, crescendo, restituiscono le attenzioni”. E’ questa frase di Howard Gardner che apre la brochure di presentazione de “La città incantata”. Ed è l’investimento più azzeccato che una comunità possa fare oggi, la più bella e sensata grande opera a km. zero: i bambini.

Del mio meglio

Odio la perfezione.

Dall’alto dei miei difetti abbraccio gli sbagli.
Amo i distratti, i confusi. Rispetto gli strani, un pò strampalati, e gli svitati.

Credo nella pazienza che si deve a un errore, il tatto da usare per gli inadeguati, per chi si sente tale.

Ammiro la grazia di chi abbatte i pregiudizi e la rabbia di questi tempi stanchi. Chi si attarda ad attendere gli ultimi, i derisi, gli sconfitti.

Di questa gente ho in serbo il nome e l’esempio, la dignità che prende forma in forza e coerenza.

Provo a non limitarmi nell’ammirazione. E nella mia quotidiana imperfezione, a fare tutto il possibile per esser simile a loro. Del mio meglio.

Venite a raccogliere che poi si va insieme a seminare!

Sono tempi complicati, questi. L’incertezza politica e istituzionale, le varie crisi che si sovrappongono, sommandosi (del lavoro, ambientale, sociale…).

C’è un’aria pesante che si respira nel giorno per giorno di un’incertezza che non accenna a sparire, anzi.

E’ dunque importante sforzarsi ancora di più, e prendersi il tempo per approfondire, studiare.

Noi, con la Scuola di Altra amministrazione, continuiamo ostinatamente a farlo, creando cioè occasioni (per amministratori locali, funzionari, cittadini) di informazione e formazione.

Un passaparola, molto concreto e orizzontale, fatto di buone prassi ed esempi virtuosi. Modelli a cui tendere, sperimentazioni di successo che molti sindaci volenterosi e visionari hanno messo in pratica nel giorno per giorno di comunità locali in cerca di identità e sostenibilità.

Ecco dunque i due prossimi appuntamenti in giro per l’Italia: il primo, a parlare di cittadinanza digitale a Mezzago (MB) il prossimo 23 marzo; il secondo, a parlare di verde pubblico e gestione dei rifiuti a Borgarello (PV), il 6 e 7 aprile.

Partecipate, spargete la voce, venite a raccogliere che poi si va insieme a seminare!

Cento parole

Paolo Pileri è un ostinato. Di quelli che non la smettono di credere in un’idea solo perché tutt’intorno il mondo va dall’altra parte.

Di consumo di suolo parla, lavora, sperimenta, forma e informa da anni e anni. La politica, e molti amministratori locali, gli volta le spalle. E lui va avanti, come se niente fosse.

Ecco, questo è il suo ultimo pezzetto di contributo, come sempre da leggere, come sempre imperdibile.

Molto e molto in fretta

L’articolo 36 della nostra Costituzione dice: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa“.

Ecco, è questo il problema. E non è il problema della sinistra, ma il dramma di un Paese che anno dopo anno si è fatto scippare diritti sotto al naso, in nome della flessibilità e del mercato. Ripartiamo dal lavoro, accostandoci con umiltà alle centinaia di migliaia di persona (giovani e meno giovani) che ogni giorno fanno letteralmente i salti mortali per sopravvivere, sotto il gioco di ricatti incrociati e soprusi di ogni genere.

Se vogliamo recuperare un minimo di credibilità e di coerenza, di concretezza ed efficacia abbiamo il dovere di riprendere in mano questo discorso. Farlo nostro, e batterci perché le cose cambino. Molto e molto in fretta.