La giornata del suolo, e il secolo del cemento…

La cura del pianeta inizia da noi. Niente scuse o recriminazioni, occorre azione e coerenza. Ogni giorno.

Siamo divorati dal cemento, ce lo ripetiamo ogni anno con statistiche, numeri e denunce.

Ma le cose faticano a cambiare, troppi interessi, troppa inerzia, troppa inadeguatezza da parte di molti amministratori e funzionari locali.

Per non parlare di un Parlamento che in cinque anni non è stato capace di legiferare in materia.

I frutti prima della semina

C’è l’albero intitolato a una persona cara che non c’è più, quello per una scuola dall’altra parte del Paese dove un maestro visionario si è innamorato del progetto.

C’è la Pro Loco di Casola Valsenio che di frutti dimenticati è esperta, che ci propone un gemellaggio, e diversi comuni che da tutta Italia propongono contaminazioni e condivisione.

E insomma questa cosa del #boscodeltempo sta già mettendo i suoi frutti ora, che non abbiamo seminato nulla in concreto.

Ed è il bello di questi progetti che guardano lontano, che si prendono tempo, contagiosi per quanto sono vivi e di comunità.

Adotta anche tu un albero, fallo adesso!

Mamma mi è partito il relè dell’indignazione

Mi chiedo come sia possibile continuare a tollerare, in silenzio, tutto questo. In che punto del quadro elettrico del nostro sentirci parte di una comunità è saltato un relè? Non riesco a spiegarmi altrimenti, se non pensando ad un cortocircuito, la questione delle spese militari nel nostro Paese, che continuano ad aumentare anno dopo anno nell’indifferenza dei più.

Peggio. Non sopporto l’ipocrisia di istituzioni che ci ripetono ogni giorno, come una cantilena asfissiante, che non ci sono risorse per nulla ma poi per qualcosa non solo saltano fuori, ma aumentano.

Come scrive Francesco Vignarca per Avvenire: “sommando tutto, e sottraendo invece la quota dei fondi Difesa destinati alla sicurezza interna, il totale delle spese militari italiane per il 2018 arriva a superare i 25 miliardi di euro: un miliardo in più rispetto al 2017 (+4%) e circa due miliardi in più rispetto al 2015 (+9%)”. Che a pensarci bene è una cosa pazzesca, soprattutto se ci sforziamo per un momento di visualizzare come vanno vestiti gli ospedali che ci curano, le scuole che ci educano, i tribunali che ci giudicano…

E allora barcollando vado alla ricerca di un elettricista che sappia dove mettere le mani, e sistemi tutto. Cadendo nel consueto errore di aspettare che il cambiamento piova dall’alto. Sarà invece un’alluvione, a sorprenderci esausti in mezzo al guado, spazzando via quell’ultimo riflesso di indignazione rimasto.

Il bosco del tempo

Di loro ci accorgiamo sempre quando è troppo tardi. Fanno da sfondo, cornice, sono un impaccio per le nostre auto a cui rubano spazio in città che vomitano smog e pezzi di lamiera a passo d’uomo.

Gli alberi. Ci salivamo sopra circa un milione di anni fa, con il fiato in gola dei nostri vecchi e lo stupore di noi bambini, a caccia di nidi e orizzonti lontani.

Gli alberi si muovono, stando fermi. Forse non hanno una coscienza, sicuramente una memoria. Intorno e dentro di loro brulica la vita, che si rigenera nell’andare e venire del respiro.

Sono lenti, gli alberi. E pazienti. Hanno i piedi ben piantati nel terreno e la testa tra le nuvole. Per questo, come Festival della Lentezza, ci siamo innamorati di questa nuova idea: fare un bosco. E farlo insieme a tutti quelli che vorranno accompagnarci in questa avventura.

Non un bosco qualsiasi, ma un frutteto pieno di alberi di frutti antichi, dimenticati. Che non saranno perfetti, e che richiederanno tempo e passione per crescere. Ma avranno la forza impetuosa di un’operazione collettiva. Democratica e capillare. Felice.

Mercoledì partiamo con Banca Popolare Etica con il crowdfunding su Produzioni dal Basso. E siccome si avvicina il Natale, perché non regalare un albero quest’anno?

La nostra biblioteca prende spazio

In fondo per noi ogni nuova edizione del Premio Comuni Virtuosi è come l’ampliamento di una sezione della biblioteca dei progetti.

Sistemiamo gli scaffali, riponiamo le idee, che una volta catalogate diventano patrimonio comune.

Eccoli, dunque, tutti in fil(e)a: http://bit.ly/2vMfewv

Le cattive notizie spiegate a tuo figlio

Come spiegare a un bambino perché esplode una bomba? Quali parole si possono usare per parlar loro di un terrorista, o anche solo di una malattia che ha portato alla morte qualcuno a noi caro?

Una puntata de “I padrieterni” tutta da ascoltare.

Il paese dei rondoni

La prima scossa c’era stata nel mese di maggio. Aveva fatto male, ma non piegato un popolo abituato a non lasciarsi andare tanto facilmente. Tanto che nelle settimane successive era già partita la ricostruzione. Poi, a settembre, venne giù tutto, o quasi. Il terremoto del ’76 lasciò quarantaquattro vittime a terra ad Artegna (UD), e circa un migliaio in tutto il Friuli.

Il piccolo borgo fu letteralmente devastato, e i vecchi del posto ricordano la battaglia intrapresa per bloccare le ruspe che volevano portarsi via le macerie, che la popolazione usò per rimettere in piedi le case. Sarà per questo che oggi uno dei progetti più sentiti è quello dei “Cantieri del paesaggio”, grazie al quale alcuni volontari artigiani della pietra insegnano ai più giovani come si realizza un muretto di contenimento in pietra. La cura del territorio, il recupero di tradizioni ormai in disuso, l’abbellimento di un paesaggio dove il castello che sovrasta il borgo fa da stella cometa e simbolo identitario di una comunità.

Andrea Romanini lavora al Comune di Udine come dipendente. Dal 2014 è anche assessore all’ambiente ad Artegna. Racchiude in sé, in sostanza, tutto quello che per i demagoghi del web può rappresentare una persona in negativo: dipendente pubblico e politico… Lo ascolto raccontare dei trilioni di progetti e di idee in corso di realizzazione e mi accorgo una volta di più quanta distanza passi tra chi giudica e chi fa, con pazienza ed onestà, un passo alla volta, le cose.

Intorno all’antico castello medioevale sul Colle di San Martino è in corso una campagna archeologica che via via riporta alla luce tracce di un passato che ritorna: una cisterna romana, le antiche mura di fortificazione, la chiesa e una strada ancora perfettamente integra. Sulla memoria del passato qui si ricostruisce un’idea di futuro. Nel museo all’interno del castello sono decine i volantini che attirano la mia attenzione, e che raccontano di laboratori, incontri, presentazioni di libri, in una vivacità culturale che farebbe invidia a una città di media grandezza. Il castello gode di un bell’impianto di illuminazione intorno alle mura, per renderlo visibile di notte alla città. Solo che le luci restano spente, e non solo per rispondere a una logica di risparmio energetico. “Il castello domina il paese ed è molto visibile in tutta la valle sotto – mi racconta Andrea –. Ma le luci sono come un’insegna di un negozio, a forza di restare sempre accese non le vedi più. Per questo abbiamo deciso di illuminarlo solo quando all’interno viene ospitata un’iniziativa o una manifestazione. Così i cittadini sanno che quella sera sta succedendo qualcosa.”

Ad Artegna la parola volontario fa rima con integrazione, tanto che i 14 rifugiati presenti in paese sono diventati un punto di riferimento per la comunità: distribuiscono i sacchi per la raccolta differenziata, svolgono attività con il gruppo scout, si danno da fare per restituire qualcosa a chi li ospita e accudisce. Sono in buona compagnia, nel gruppo dei “volontari civici”, la cui figura è stata istituita qualche tempo fa dall’amministrazione per cementare un’idea del prendersi cura di ciò che è pubblico.

Dalla cima del colle Andrea punta con il dito su un pezzo di terreno verde, libero dal cemento. “Abbiamo sottratto alla speculazione edilizia un’area di 8 ettari dal piano regolatore, restituendone la funzione agricola. Da lì passerà la Ciclovia Alpe Adria, quasi 200 km di pista ciclabile per collegare le Alpi al mare, dall’Austria all’Italia”. Questi pericolosi ambientalisti che occupano a tempo determinato le istituzioni locali sanno dire no quando è opportuno, e mentre lo fanno già si immaginano l’alternativa, e la mettono in pratica.

Nella piazza di fronte al municipio insistono alcune gigantografie dei rifugiati pachistani e afgani presenti ad Artegna: “E’ in corso il Festival multimediale itinerante “Contaminazioni digitali”, che quest’anno ha un focus proprio sulle migrAzioni”. Alzo lo sguardo al sottotetto, dove Andrea mi mostra i nidi per rondoni che sono stati posizionati da poco. Il rondone è quasi estinto nelle zone colpite dal sisma del 1976: questo uccello migratore era solito nidificare nei sottotetti, tra le tegole o le travi a vista, dato che la sua principale caratteristica è l’impossibilità di appoggiarsi o aggrapparsi. Il sisma e la successiva ricostruzione, con caratteristiche edilizie differenti dal passato, hanno quasi del tutto cancellato il suo habitat, privandolo di un porto sicuro in cui approdare ogni anno, dopo la sua migrazione dall’Africa.

Riportare il rondone in paese significa restituire la vita ad una specie che vola per settemila chilometri, per tornare ogni anno esattamente nello stesso nido”. Un richiamo acustico aiuterà i rondoni a trovare la strada, e con un po’ di fortuna i nuovi nati si stabiliranno nei dieci nidi in Municipio. Se la cosa funzionerà, mi racconta infine Andrea, l’idea è quella di estendere l’iniziativa anche sui tetti dei cittadini privati. “Potremo alzare lo sguardo al cielo e sentirci un po’ parte di questa rinascita, aiutando altre creature ora che le case degli uomini sono di nuovo in piedi”.

La prima scossa c’era stata nel mese di maggio, la seconda a settembre. Morirono persone, crollarono case. Dopo 41 anni la storia è sempre questa, così come la voglia di andare avanti rispettando il passato, e progettando la vita. Come scriveva Malcolm de Chazal “la memoria ha cinque porte d’entrata: i cinque sensi; e una sola d’uscita: l’immaginazione”.

Quando arriva la pioggia (?)

Su tutti i giornali non si parla d’altro. Lo smog che attanaglia le città, le statistiche sulla mortalità provocata dalle polveri sottili.

Oggi tutti aspettiamo la pioggia, per lavare via le colpe di una politica incapace di gestire le cose, trasformandole sistematicamente in emergenze.

Domani la pioggia arriverà, e travolgerà tutto. Sarà di nuovo emergenza, morti, polemiche, parole al vento.

Diversamente miopi

“Le persone hanno una cosa in comune: sono tutte differenti”. (Robert Zend)

Qualcuno mi sa spiegare, concretamente, in che cosa consisterebbe la differenza tra un bambino nato da due genitori italiani e un bambino nato in Italia da due genitori stranieri?

Perché io, questa differenza, non la capisco. E soprattutto non la saprei spiegare a mio figlio. Semplicemente non la capirebbe, se non indossando gli occhiali sporchi e compromessi di noi altri adulti, diversamente miopi di fronte alla realtà semplice delle cose.

Abbiamo una paura fottuta di ciò che è sempre accaduto, nella storia dell’uomo. La contaminazione delle persone, non delle razze, che quelle proprio non esistono.