Caro sindaco New Global

Nuovi stili di vita nelle pubbliche amministrazioni

Tratto dal libro “Caro Sindaco New Global” (EMI, 2004)
di Marco Boschini – www.emi.it

Caro Sindaco,
quando nel dicembre dello scorso anno decidesti di esporre dal balconcino del tuo ufficio, a fianco di quelle italiana ed europea la bandiera della pace, mi dissi che quello sarebbe stato l’inizio di qualcosa di nuovo.
Il momento non era avaro di emozioni. Le bandiere spuntavano come funghi dai condomini di tutta Italia, venivamo dal forum sociale europeo e soprattutto dall’oceanica manifestazione contro la guerra di Firenze, c’era in giro la convinzione profonda che saremmo riusciti davvero a cambiare le cose. Almeno un po’.

Dalla mia prospettiva credevo che saremmo stati capaci di mettere in piedi qualcuna delle tante idee che, nonostante tutto, costruiscono quotidianamente quell’altro mondo in costruzione. Avremmo forse avviato una sperimentazione che ci avrebbe fatti diventare il primo comune new-global d’Italia. E tutto non per moda, o sfizio, ma perché come avrai ormai capito io credo che l’unico modo concreto per cambiare il corso bolso degli eventi sia quello di intervenire sul proprio territorio, attraverso strumenti e azioni reali basati sul rispetto dell’ambiente, l’amore e la promozione della cultura, l’integrazione sociale.

Il 15 febbraio a Roma, insieme ad altri tre milioni di esseri viventi, camminammo per ore danzando e cantando la pace. Tra i tanti gruppi c’eri anche tu con molti tuoi colleghi, con i vostri gonfaloni che sfidavano i Governi e i potenti della terra, per dire no alla guerra e all’economia del dolore.
Fu un momento, che a volte capitano nella vita e non puoi farci niente, una specie di illuminazione. Mi fermai per lasciarvi sfilare e capii. Qualcuno chiacchierava fumando sigarette di una nota multinazionale della nicotina; qualche altro calpestava Roma indossando delle sportive comode Nike; qualche altro ancora, per combattere la calura della capitale quel giorno particolarmente pesante, sorseggiava una Coca Cola. Le stesse palesi contraddizioni le ritrovai al nostro ritorno a casa, nella vita di tutti i giorni, nell’attività amministrativa. Quanti ordini del giorno sulla pace erano stati discussi in consiglio comunale? Quante atti di indirizzo sul rispetto dell’ambiente erano stati presentati alla stampa, quante Agende 21? Quante belle parole, quante dichiarazioni di principio sulle ingiustizie del mondo e su quelle di casa nostra, quanta lotta virtuale alla povertà in sedute di consiglio permanenti?

Ora, la presunzione di riuscire a cambiare il mondo penso ci abbia abbandonati da tempo (almeno credo), lasciando però spazio ad un più concreto desiderio di migliorare le condizioni di vita nostre e dei nostri vicini di casa (magari proprio dei vicini di pianerottolo no, diciamo del proprio comune), attraverso interventi pratici facendo leva sugli strumenti a disposizione.
E tu, caro sindaco, di strumenti ne hai parecchi, che stia amministrando una grande città o uno sperduto paesello qualunque. Perché, a un certo punto, la situazione è semplice e cristallina: se sei tra quelli che negli ultimi anni si è fatto le tappe principali della tourné no-global (marcia Perugia-Assisi, Genova, Porto Alegre, Firenze, Roma1 e Roma2, Cancùn, più un’infinità di repliche in altrettante città di mezzo mondo) non puoi più esimerti dal mettere in pratica azioni di resistenza dal basso, eliminando insopportabili e incomprensibili contraddizioni: dirsi contro le multinazionali del dolore e della guerra permanente e poi sostenerle, ogni giorno, svendendo loro la gestione dell’acqua o lotti di terreno sui quali costruire palazzoni di cemento non ha senso; parlare di pace e poi far gestire la tesoreria comunale ad una “banca armata” è una follia; convincersi profeti del commercio equo e solidale, dei prodotti biologici e della finanza etica e non far nulla per favorirne la crescita sul territorio che si amministra è un pugno nello stomaco di chi crede in te e ti ha votato; sostenere di proteggere l’ambiente ignorando tutte quelle tecnologie eco-compatibili per il risparmio energetico è, semplicemente, pazzesco.

Ora, scopo di questa mia, è tentare di illustrare un modo di agire diverso, possibile perché già praticato nei tanti comuni che sperimentano, da anni, orizzonti di democrazia partecipata e progetti di tutela ambientale, delineando possibili strade da percorrere: insomma, senza presunzioni, un piccolo manuale di cose da fare, subito, per tradurre l’incomprensibile linguaggio degli ideali nello slang del quotidiano: dalle norme del regolamento edilizio agli incentivi per l’acquisto dei riduttori di flusso, dalla città delle bambine e dei bambini al taxi sociale, dai progetti per i migranti alla banca del tempo, dal prestito d’onore alla denominazione comunale per i prodotti tipici, qui trovi tutto e qualcosa di più per continuare a sentirti un sindaco new-global senza che qualche radicale dell’etico come me possa puntarti il dito smascherando contraddizioni insostenibili.

Non fraintendermi, a me piacciono le manifestazioni, i contro vertici, tutte quelle meravigliose occasioni per conoscersi, scambiarsi le esperienze. Ma se poi quando torni a casa non fai nulla per modificare il tuo stile di vita o l’agire politico, bè, allora forse sarebbe meglio lasciar perdere. Perché in fondo la domanda che sta dietro a questa pubblicazione è la seguente: è sufficiente manifestare, sentirsi parte di un movimento planetario (che tra l’altro, nel frattempo, a forza di inseguire scadenze e “occupare” le piazze si è ritrovato spompo) fatto di slogan e rivendicazioni sacrosante e poco più? Non trovi che sarebbe stato molto più incisivo e rivoluzionario se i tre milioni di Roma, tornando a casa, si fossero associati a Banca Etica aprendovi il proprio conto corrente, magari dopo aver messo in piedi con gli amici un gruppo di acquisto e boicottando le multinazionali della morte in scatola?

Dalla mia piccola esperienza di consigliere comunale di un paese di ottomila abitanti, posso dire con certezza che questa è la dimensione giusta per incidere realmente nelle cose, e tu lo sai meglio di me: cioè voglio dire che se non vuoi contribuire ad inquinare l’aria basta introdurre una norma nel regolamento edilizio che impone ai costruttori di installare i pannelli solari e i doppi vetri, i riduttori di flusso e le lampade a basso consumo energetico. Se ogni occasione è buona per riempirti la bocca con lo slogan del bilancio partecipativo, e poi magari si scopre che l’ultima assemblea pubblica nel tuo paese risale al periodo post-bellico forse i conti non tornano. Se aderisci alle campagne di sensibilizzazione sul risparmio dell’acqua e sulla sua difesa come patrimonio dell’uomo poi non puoi venderne la gestione ai privati come ormai quasi tutti i comuni d’Italia stanno facendo. E mi immagino già la tua replica, non credere, perché certe cose ce le impongono dall’alto i governi e le regioni, perché mancano i fondi per gestirsi autonomamente le risorse, perché non c’è il tempo di progettare l’alternativa. Allora come mai, per esempio sul tema dell’acqua, molte amministrazioni di ogni colore si stanno organizzando per contrastare decisioni folli, consorziandosi tra loro e lanciando campagne di informazione e raccolte di firme per proporre referendum abrogativi (vedi Lombardia, ma anche Emilia-Romagna e Toscana)? Perché, ovunque, grazie alla tenacia di amministratori illuminati tuoi colleghi, spuntano sacche di resistenza e di progettualità alternativa su tutti i principali temi a noi cari? Poi, certo, ci sono un mucchio di altri criminali del mondo che continueranno indisturbati a sradicare gli alberi e a gettare veleni in mare, a sfruttare il lavoro minorile e a omologare, per controllarle, le società. Però intanto tu cambi rotta, lanci un messaggio, incidi sulla realtà, e se sei bravo qualcun altro ci seguirà.

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