Buy something!

soldi

di MAURIZIO PALLANTE

“Buy something”. Con questo messaggio pubblicitario natalizio una casa automobilistica inglese, nel mese di dicembre del 1991, invitava i consumatori americani a comprare qualcosa. “Naturalmente -precisava – saremmo più contenti se la vostra scelta cadesse su una delle nostre automobili. Ma se non avete nessuna intenzione di comprare una Range Rover, pazienza. Comprate un forno a microonde. O un cane bassotto. O biglietti per il teatro. Basta che compriate qualcosa. Perché, se per tornare a spendere aspettiamo tutti che la recessione sia dichiarata ufficialmente sconfitta, allora non finirà mai”.

In Italia, dove le cose che succedono negli Stati Uniti si ripetono qualche anno dopo, nel mese di dicembre del 1993 i giovani imprenditori dell’Unione industriale di Torino rivolgevano questo appello natalizio ai consumatori: “Per Natale un gesto di solidarietà. Regalatevi qualcosa. Magari italiano. Può sembrare strano” – premettevano – “abbinare la solidarietà all’invito di ricominciare a consumare in occasione degli acquisti per i regali di Natale. Eppure… – aggiungevano – chiediamo di farsi, o di fare un regalo in più, meglio se Made in Italy; di compiere un investimento nei consumi a favore di se stessi o dei propri cari, con la consapevolezza di contribuire così anche agli altri. Gli altri che non conosciamo, ma che lavorano per produrre e per vendere ciò che abbiamo deciso di acquistare”.

Quando indosso le camicie con cui lavoro nell’orto o spacco la legna, quando indosso i maglioni di lana con cui d’inverno mi metto davanti al computer, penso che la parola consumatore mi calzi a pennello. Mi dà soddisfazione constatare che questi indumenti mi sono serviti per anni nelle relazioni sociali prima di essere lisi, che dopo essere stati consunti dall’uso mi servono in casa per anni prima di diventare stracci, che mi serviranno a pulire la casa e gli attrezzi di lavoro prima che in qualche industria tessile di Prato siano suddivisi per rifarne tessuti. Più lungo è il tempo in cui li uso, minore è il peso della mia impronta ecologica, più leggero sarà stato il passo con cui ho attraversato il mondo negli anni della mia vita.

Ma quando penso all’uso della stessa parola per indicare i soggetti che esprimono la domanda in un sistema economico che, per continuare a crescere, deve sostituire le merci quando ancora possono essere usate per anni e le trasforma in rifiuti in tempi sempre più brevi, allora penso che indichi una mutazione antropologica degradante sia dal punto di vista dell’intelligenza, sia dal punto di vista della morale. Lavorare per produrre sempre più cose e per avere i soldi necessari a comprarle, buttarle via sempre più in fretta per poterne produrre e comprare altre da buttare via ancora più in fretta.

Uscire di casa al mattino tutti alla stessa ora e incolonnarsi per andare a produrle. Impacchettare i bambini ancora assonnati e scaricarli tutto il giorno all’asilo per poter andare a lavorare. Riversarsi il sabato pomeriggio tutti alle stesse ore negli stessi centri commerciali a comprare le cose prodotte lavorando. Formare tutti insieme la domenica alle stesse ore code di decine di chilometri sulle autostrade. Il prodotto interno lordo è aumentato dello 0,2 per cento sul trimestre precedente. Stiamo uscendo dal tunnel. No, su base annua è ancora sotto dello 0,5 per cento. Siamo nel baratro della recessione.
Per uscirne dobbiamo produrre e consumare ancora di più!