Il giorno dopo

Palazzi del Potere

In questi casi si dice: day after. Come dopo una guerra atomica. Parlo per me: ho vissuto e lavorato per venticinque anni in giornali comunisti, sebbene nati dopo il Sessantotto e piuttosto devianti dalla tradizione.

Poi ho accumulato esperienze e idee, dalla decrescita di Latouche allo zapatismo degli indigeni del Chiapas, e avendo visto da vicino il crollo dell’Unione sovietica, l’arrivo dei primi migranti in Italia e la crisi seguita all’incidente nucleare di Chernobyl, la nascita del secessionismo leghista e del fenomeno berlusconiano, insomma un cocktail tale che, insieme a due compagni, decidemmo di andar via dal manifesto [quotidiano comunista, appunto] per fondare un improbabile giornale chiamato Carta.

Il cui primo movente era: la politica di sinistra non capisce più la società e il mondo, non si incastra in questo mosaico, perciò si deve ricercare nella società, nei «cantieri sociali», i nuovi modi della resistenza al liberismo e della costruzione di un’altra, possibile democrazia. Poi Seattle e Porto Alegre, Genova e le mobilitazioni contro la guerra. Non avevamo sognato: qualcosa di diverso, di nuovo ed efficace, stava davvero accadendo, all’inizio del nuovo secolo.

Carta non era precisamente «di sinistra», ma interloquiva, condivideva, raccontava quel che di nuovo sembrava succedere da quella parte, mentre cercavamo collegamenti, nessi, idee nuove nei movimenti sociali di ogni tipo, dei quali il giornale ha fatto un censimento incessante in tutti questi anni. Al punto che ancora lo scorso anno ci prestammo a promuovere, con Liberazione e il manifesto, il corteo del 20 ottobre, ultimo treno, per i partiti, per andare in una direzione diversa da quella che avevano imboccato dal momento dell’entrata nel governo. E andò piuttosto bene, come quantità e come pluralità, in quel milione che camminò nelle strade di Roma.

Ma già il giorno dopo i partiti lasciarono cadere la cosa, ricominciarono a macinare ovvietà politiche con la loro lingua di legno, crearono una Sinistra Arcobaleno che, una volta decise le candidature, sembrò a tutti più che altro una zattera di salvataggio per dirigenti politici di vario grado. Ed era tardi, troppo tardi, per rimediare al sì al «dodecalogo» di Prodi [Tav e base di Vicenza], al voto sul decreto «sicurezza», all’inazione o all’impotenza sulle leggi peggiori, quella sul precariato e quella sulle droghe, o sull’immigrazione. Né invocare miglioramenti dei «salari» riusciva a convincere qualcuno [come si vede dal voto operaio in Veneto, ad esempio]. Bertinotti cercava una «connessione sentimentale» con il popolo della sinistra, ma il divorzio era già avvenuto.

Con tutto questo, pur intuendo un cattivo risultato della Sinistra Arcobaleno, nessuno di noi ha saputo prevedere una punizione tanto dura: la scomparsa della sinistra dal parlamento. Nonostante la nostra traiettoria prevedesse una simile possibilità, lunedì sera eravamo sotto choc. Perché se finisce qualcosa che è stata tanto importante, nell’ultimo secolo e mezzo, non si può non provare una sensazione di vuoto, di perdita, di lutto. E perché ancora mi commuovo, quando sento le note di «Bella ciao», e le bandiere rosse sono un pezzo della mia anima, di ciò che ho accumulato negli anni.

Ma il motivo principale dello choc è la percezione quasi violenta di una urgenza. Il sabato prima delle elezioni, 5 aprile, Carta e l’associazione Cantieri sociali convocarono un «Cantiere dell’altra politica»: volevamo analizzare la crisi della democrazia e suggerire che, dopo questo voto, sarebbe stato necessario accelerare nella ricerca culturale e nella costruzione di rete, nella capacità di proposta di altri modi del vivere sociale e di altre forme della democrazia. Ma appunto non prevedevamo un tale azzeramento della sinistra politica.

Ogni velo cade, ora. Non sarà più possibile il ping pong per cui si criticavano i partiti chiedendo loro un aiuto [critiche giuste e aiuti necessari, negli anni scorsi]. Adesso bisogna far da sé. E i vicentini che aspettano le ruspe al Dal Molin, i valsusini che prevedono una nuova carica dei sostenitori della Tav, le centinaia di altre comunità che resistono in altrettanti luoghi, le esperienze sociali tanto diffuse, coloro che lavorano contro la guerra in ogni sua forma, i difensori dei beni comuni, le reti precarie dei precari, i lavoratori che non vogliono aderire all’ideologia altrui, le donne e i gay e moltissimi eccetera, tutti costoro sono obbligati a fare un passo avanti, a prendersi una responsabilità enorme, a trovare il modo di difendersi insieme. L’altra politica non è più, da lunedì 14 aprile, una bella suggestione, una linea di ricerca, una possibilità futura: è una necessità immediata.

Carta, nella sua modestia, si dedicherà a questo scopo, continuando certo a dialogare con tutte le persone di sinistra che escono con le ossa rotte da questa vicenda elettorale ma che sono interessate a capire come i loro ideali, l’eguaglianza e la democrazia più diffusa possibile, i diritti del lavoro e la pace, possano tradursi in una lingua più in grado di comunicare con il nuovo mondo. Per quanto possiamo servire, siamo qui. Siamo vivi.

Carta

Gigi Sullo, Direttore del settimanale CARTA
www.carta.org