Poi c’è il Po

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Poi ci sono le dimenticanze. Poi c’è il Po. Ti chiedi come sia possibile che un fiume lungo 700 km, sulle cui rive vivono 16 milioni di persone, che attraversa quattro regioni, tredici province e quasi  duecento comuni rivieraschi possa essere diventato, nel tempo della modernità e della comunicazione libera, la scomparsa più incredibile e meno denunciata della storia del nostro Paese.

Anche in questo caso a comandare è la retorica. Quella pelosa e sterile dei convegni istituzionali. Per cui del Po si può parlare per presentare dati e statistiche buoni per chi le fa e ci campa. Che non cambiano la sostanza, ed anzi lo allontanano sempre di più dalle comunità che ci vivono a un passo, oltre arginature sempre più alte e inaccessibili.

Il Po è la latrina in cui versare i nostri scarti e bisogni, è la cartolina buona per raccontare storie di una storia che non c’è più. E’ l’esempio vivente di un fallimento. Il nostro. Che è fallimento collettivo. Di rimozione. E di abuso. Di un modello di sviluppo che usa e consuma tutto, calpesta, travolge. Uccide.