Diverso, questo sì

Siamo di fronte a gente che scappa. Dalla guerra e dalla fame. Dall’assenza di diritti. Di opportunità e di prospettive. Ci danno fastidio ai semafori, ci infastidiscono nelle piazze, ci spaventano la sera, ai bordi delle strade.

Ci viene detto che la soluzione sarebbe quella di aiutarli a casa loro. Ma la verità è che casa loro è cosa nostra, controllata e occupata ciclicamente da governi fantoccio che i nostri, di governi, alimentano per depredarne risorse e materie prime.

E allora aiutarli a casa loro, per davvero, dovrebbe essere andarsene. Promuovere accordi bilaterali per riempire quei barconi che fanno da spola tra una sponda e l’altra per caricare finalmente chi andrebbe de-portato: i manager delle multinazionali del petrolio, gli spacciatori d’armi, i trafficanti di gioelli e di coltan, i piazzisti di rifiuti che non sappiamo più dove mettere, gli usurpatori di beni comuni e gli insaziabili trafficanti di terreni agricoli per sfamare la nostra economia fallita.

E, nel viaggio di ritorno, caricare scorie umane che con questi disperati fanno affari d’oro qui, ogni santo giorno: affittuari in nero, caporali, finti cooperatori sociali, sfruttatori di ogni genere e grado. Gli stessi che poi magari farneticano di razza pura, buonismo e “prima gli italiani”.

Chiedo perdono, per questo mio colpevole stato di intolleranza: verso chi giudica, chi esclude, chi razzola male in un brodo di ignoranza e razzismo. Fate un piacere, cancellatemi. Non voglio più leggervi o starvi ad ascoltare (e immagino che la cosa sia reciproca). Non voglio più subire la vostra visone del mondo. Non credo di essere migliore di voi, sia chiaro. Diverso, questo sì.