Cosa resta da fare

Vent’anni dal decreto Ronchi – Cosa è stato fatto e cosa resta da fare

Il punto zero

Partirei da un dato, a suo modo eclatante. Nel 1997 la media di raccolta differenziata in Italia non raggiungeva il 10%. Oggi, a distanza di vent’anni, quella stessa cifra è salita al 50%. Da un punto di vista culturale, prima ancora che ambientale, il decreto legislativo 22/97 fu una svolta per certi versi epocale, come l’invenzione della ruota o l’avvento degli smartphone.

Fu un salto di qualità incredibile, se paragonato alla timidezza (per usare un eufemismo) con cui la classe dirigente nostrana affronta oggi quasi tutte le questioni ambientali. Fu la presa di coscienza dell’effettiva necessità di cambiare passo, una volta per tutte, nell’approcciare un tema gigantesco come quello della gestione dei rifiuti nel nostro Paese.

Quel decreto anticipò l’orientamento europeo nella gerarchia della gestione dei rifiuti (vale la pena ripeterlo ad uso e consumo dei devoti dell’incenerimento: 1) prevenzione; 2) riciclo e riutilizzo; 3) smaltimento finale), e diede una spinta direi decisiva per il fiorire di un’economia verde nella filiera locale del riciclo.

Cosa non ha funzionato

Ciò che ha meno funzionato in questi primi vent’anni è senz’altro la disomogeneità nella sua applicazione a livello territoriale. Ancora una volta sono le cifre a restituirci l’immagine di un’Italia rimasta sostanzialmente ferma a quel 1997 (la media di raccolta differenziata siciliana è oggi inchiodata ad un modestissimo 13%) e, in netta contrapposizione, un altro pezzo di Paese proiettato verso il futuro (il Veneto sfiora ormai il 70% con provincie già abbondantemente oltre l’80%).

Cosa resta da fare

Da pionieri che eravamo rischiamo oggi di essere riconosciuti, in Europa, con lo status di ritardatari. I nuovi obiettivi parlano chiaro: 60% di riciclo dei rifiuti urbani per il 2025 e 65% entro il 2030. Per raggiungere l’obiettivo occorre togliere di mezzo in primis il gigantesco e irrisolto conflitto di interessi per separare chi svolge nelle città la raccolta dei rifiuti da chi li smaltisce. Serve poi che ogni territorio si doti di una filiera impiantistica a livello locale in grado di riciclare in loco i materiali post consumo per avviarli a nuova vita. E’ necessario inoltre mettere nelle condizioni i comuni di far bene il proprio mestiere (ciò che sosteniamo dal 2013 nella revisione sostanziale dell’accordo Anci-Conai), valorizzando, anche da un punto di vista economico, quelle eccellenze amministrative che, nonostante tutto, rappresentano ancora oggi un modello di buone prassi oggetto di interesse per municipalità straniere, che ci prendono come punto di riferimento per adottare processi di raccolta, recupero e riciclaggio dei cosiddetti rifiuti.

Ciò che serve, in ultima analisi, è quello scatto di orgoglio che diede il via alla rivoluzione incompiuta del Ronchi. Uno slancio di fantasia e di coraggio, per uscire dall’evo dell’incenerimento e delle discariche e immaginare un presente votato all’economia circolare, di cui in molti (forse troppi) si stanno riempiendo la bocca. In una parola, serve la politica. Quella buona.