Perpendicolare alle carezze

Voglio fondare un’agenzia dello star quieto. Arruolarmi all’esercito dell’ozio. Farmi equinozio in equilibrio tra luna e sole.

Essere onnipaziente. Comprensivo, senza istituto. Aperto, senza negozio.

Voglio dirigere il traffico dei sogni e seguirli fino in fondo. Reclutare carezze per chi non le possiede.

Mettere un piede nell’esserci sempre, per gli altri.

Voglio erigere un castello d’aria e di nuvole, dare il centro alle periferie. Smussare gli angoli, riempire di coriandoli la testa dei maligni.

Voglio cucire fiori sul ciglio dei marciapiedi, illuminare piazze di persone. E masticar parole ormai desuete: comunità, compagni, partecipazione.

Voglia fresca, sulla soglia di una saracinesca mai abbassata. Voglia ostinata, voglio. Di un tempo che arriva se lo lascio entrare, se sarò capace e curioso di obbedire.

All’istinto che sono, che siamo. Che siamo pioggia che bagna e che nutre, che disseta e rincuora.

Scendiamo dalla croce che stiamo trascinando

Come si costruisce un’alternativa credibile, ma soprattutto desiderabile? Come si trasforma un disagio diffuso (per quanto minoritario) in qualcosa che non spenga l’indignazione ma che sia in grado di smuovere le persone e spingerle a mettersi in cammino?

Come si riesce a smontare le diffidenze che ostruiscono il passaggio, costringendo tutti quelli che già oggi producono storie di ribellione e bellezza sociale a mettersi in rete?

E’ possibile che il cambiamento si compia sulle spalle di vecchie bandiere? Si possono utilizzare gli stessi strumenti, le stesse parole, per fare una rivoluzione (per quanto pacifica)?

Si ragiona per bande, si rincorre il modello dell’uomo forte al comando (sempre un uomo, guarda caso). Ci si parla addosso quasi tutto il tempo. Sono cori da stadio, non ragionamenti. Sono sveltine, non certo pazienti visioni del futuro.

Io credo si debba tornare ad ascoltare, profondamente e con un alto tasso di umiltà. Credo si debba restituire dignità al confronto, all’approfondimento, mettendo al bando giudizi sommari e sentenze.

Poi, serve prendere decisioni, ma facendo. Azione, cose concrete. Cambiare il mondo dietro l’angolo, non al prossimo congresso. Farle, le cose, e farle bene. Predicare l’energia pulita con un pannello solare sul tetto della sezione. Altrimenti la politica diventa casta e il popolo inveisce. Essere credibili, credendoci. Essere un esempio, dandolo.

E bisogna avere il coraggio di saltare un turno o due, o comunque il tempo che occorre per rimettere in moto i piedi, scendere in mezzo alla gente. Oggi la sinistra è un Panda che i cittadini non vogliono salvare, e nemmeno gli attivisti…

Ci vogliamo svegliare o preferiamo restare inchiodati alla croce che stiamo trascinando?

Vai pure a fare il bullo sulle bacheche altrui

Questa è l’ultima volta che ti permetto di affacciarti dal mio balcone di Facebook. Sto dando aria ai locali. Non trasloco, lascio uscire le scorie di cui mi sono in parte cibato, in questi anni. Indignazione, rabbia, paura, sconforto. Basta.

Servono parole nuove, azioni diverse, serve raccontare e fare il bello, il giusto. Serve uno sforzo di fantasia per evitare che la dittatura del terrore ci metta spalle al muro dietro cui hai costruito il tuo consenso, l’arroganza e la violenza di cui ti nutri ogni giorno.

Non ci saranno altri post, su di te. Nessuna condivisione di immagini, frasi ad effetto, sproloqui. Non sarà il presente a giudicarti, ma la storia, i fatti. Come quei 49 milioni sottratti ai famosi italiani che vengono sempre prima ma mai prima dei materassi imbottiti della Lega. Come il tuo voto a favore della proroga alle concessioni di Stato a quelle Autostrade per l’Italia che oggi attacchi con la bava alla bocca tipica di uno sciacallo qualunque. Senza pudore, senza dignità. Senso del limite.

Ed è proprio questo limite che mi impongo di non superare. Vai pure a fare il bullo sulle bacheche altrui, io voglio stare altrove: assaporare gli arancini democratici di Catania, passeggiare tra le stradine libere di Riace, raccontare la forza mostruosa dei miei sindaci virtuosi.

Pussa via, e non farti più vedere.

Roba per poveri illusi

Ma davvero non vedete il nesso tra la strage di Genova e quella di Civita? Davvero non ne cogliete l’intimo legame? Continuiamo a costruire strade e a finanziare grandi opere, rimpinguiamo di anno in anno il bilancio della Difesa a discapito di ciò che conterebbe davvero.

Non facciamo manutenzione delle cose che già esistono perché ci piace inaugurare, esibire, esagerare. Non facciamo manutenzione nemmeno di ciò che ci circonda, del territorio su cui poggiano le nostre vite precarie. Ed ogni inverno viene giù un pezzo di montagna, un fiume sempre più imbrigliato dal cemento si incazza e si ingrossa, frana una scuola mal costruita, un viadotto…

Il nesso c’è ma non ci importa guardare, perché osservare richiederebbe tempo e lungimiranza, perché aggiustare e riparare non fanno più parte del nostro vocabolario, non vi è traccia alcuna in quello dei nostri politici.

La politica, manca. Quella nobile azione dell’uomo che è stata un vanto e un onore per chi l’ha sempre fatta con onestà e passione e che oggi è sinonimo di insulto o privilegio, roba per poveri illusi. Come siamo arrivati fino a questo punto? Come è ancora possibile cambiare scenario, parole, azioni?

Io non ho le risposte, le cerco ponendo domande, sperimentando tanto, sbagliando pure. Occorre un cambio di paradigma, uno scarto netto, una prospettiva altra da qui.

Ripartiamo dalle persone per bene, che fanno bene le cose, che le cambiano in meglio, per loro e per chi li circonda. Ripariamoci dall’algoritmo del brutto, dalla dittatura dell’arroganza. Ricominciamo da questo punto, avendo cura di come ci comportiamo con il prossimo, facendo manutenzione del nostro essere cittadini del mondo. Quel mondo che dobbiamo cambiare e che cambia se iniziamo a farlo.

Gli azionisti del caporalato

Un articolo di Stefano Liberti assolutamente da leggere per approfondire un fenomeno che ci riguarda e di cui siamo azionisti.

E una delle tante opzioni che abbiamo nella scelte quotidiane che possiamo fare, per cambiare le cose. Perché non è affatto detto che tutto debba continuare ad andare in un certo modo.

“Dietro le offerte al consumatore, c’è un meccanismo perverso che finisce per schiacciare intere filiere e che ha conseguenze sulle dinamiche di produzione e sui rapporti di lavoro nelle campagne: l’asta elettronica al doppio ribasso”.

 

Per i pochi e per i tanti

Per i pochi che insultano, picchiano e mentono ce ne sono (tanti) che accolgono e pazienti resistono nel giorno per giorno delle azioni concrete e minime.

Non rassegniamoci alla retorica del tutto è perduto. Sono ore drammatiche, è vero. E dobbiamo trovare la forza di condannare questa violenza legalizzata da una cultura dell’odio di cui Salvini è solo il giostraio che incassa consenso.

Ma serve anche quella giusta dose di ingenuità per raccontare il bello, e il giusto, e portarli all’attenzione delle persone. Non i sentito dire, i rancori, le pulsioni violente. Ma le storie di nomi e cognomi di esseri umani.

Serve la spregiudicatezza di credere che esiste un’Italia diversa, senza cadere però nella retorica uguale e contraria dell’arroganza, del tanto ho ragione io.

Ci sono voluti anni per arrivare a questo punto, anni serviranno per uscirne. Uno dei modi, non l’unico, non esaustivo ma democratico perché alla portata di tutti e di ciascuno, è tentare di fare le cose giuste. E passare parola.

(Foto di Roberto Perotti)

Con un filo di ritardo…

Pensa se tutti quelli che adesso intervengono contro l’inceneritore di Parma l’avessero fatto quando era il momento, prima cioè che lo autorizzassero.

La food valley, la sostenibilità e tutto quanto reclamano oggi imprenditori, chiesa e partiti ieri non valeva nulla vero?

E pensa se la Gazzetta di Parma avesse messo in piedi la campagna che sta orchestrando per chissà quale motivo adesso…

A volte bisognerebbe avere la dignità e l’onesta’ intellettuale di tacere.

Non su un’impalcatura a morire

A 70 anni mi immagino stanco ed acciaccato, a casa, o al parco con i nipotini, in gita con mia moglie.

Non su un’impalcatura a morire.

Il lavoro, la sicurezza per tutti di averne uno, e la sicurezza quando lo si fa.

Il diritto ad una pensione dignitosa al momento giusto. Il diritto ad avere tempo da dedicare ad altro.

Non ad un’impalcatura per morire.

Affrontiamo questo. Ora.