Il paese dei rondoni

La prima scossa c’era stata nel mese di maggio. Aveva fatto male, ma non piegato un popolo abituato a non lasciarsi andare tanto facilmente. Tanto che nelle settimane successive era già partita la ricostruzione. Poi, a settembre, venne giù tutto, o quasi. Il terremoto del ’76 lasciò quarantaquattro vittime a terra ad Artegna (UD), e circa un migliaio in tutto il Friuli.

Il piccolo borgo fu letteralmente devastato, e i vecchi del posto ricordano la battaglia intrapresa per bloccare le ruspe che volevano portarsi via le macerie, che la popolazione usò per rimettere in piedi le case. Sarà per questo che oggi uno dei progetti più sentiti è quello dei “Cantieri del paesaggio”, grazie al quale alcuni volontari artigiani della pietra insegnano ai più giovani come si realizza un muretto di contenimento in pietra. La cura del territorio, il recupero di tradizioni ormai in disuso, l’abbellimento di un paesaggio dove il castello che sovrasta il borgo fa da stella cometa e simbolo identitario di una comunità.

Andrea Romanini lavora al Comune di Udine come dipendente. Dal 2014 è anche assessore all’ambiente ad Artegna. Racchiude in sé, in sostanza, tutto quello che per i demagoghi del web può rappresentare una persona in negativo: dipendente pubblico e politico… Lo ascolto raccontare dei trilioni di progetti e di idee in corso di realizzazione e mi accorgo una volta di più quanta distanza passi tra chi giudica e chi fa, con pazienza ed onestà, un passo alla volta, le cose.

Intorno all’antico castello medioevale sul Colle di San Martino è in corso una campagna archeologica che via via riporta alla luce tracce di un passato che ritorna: una cisterna romana, le antiche mura di fortificazione, la chiesa e una strada ancora perfettamente integra. Sulla memoria del passato qui si ricostruisce un’idea di futuro. Nel museo all’interno del castello sono decine i volantini che attirano la mia attenzione, e che raccontano di laboratori, incontri, presentazioni di libri, in una vivacità culturale che farebbe invidia a una città di media grandezza. Il castello gode di un bell’impianto di illuminazione intorno alle mura, per renderlo visibile di notte alla città. Solo che le luci restano spente, e non solo per rispondere a una logica di risparmio energetico. “Il castello domina il paese ed è molto visibile in tutta la valle sotto – mi racconta Andrea –. Ma le luci sono come un’insegna di un negozio, a forza di restare sempre accese non le vedi più. Per questo abbiamo deciso di illuminarlo solo quando all’interno viene ospitata un’iniziativa o una manifestazione. Così i cittadini sanno che quella sera sta succedendo qualcosa.”

Ad Artegna la parola volontario fa rima con integrazione, tanto che i 14 rifugiati presenti in paese sono diventati un punto di riferimento per la comunità: distribuiscono i sacchi per la raccolta differenziata, svolgono attività con il gruppo scout, si danno da fare per restituire qualcosa a chi li ospita e accudisce. Sono in buona compagnia, nel gruppo dei “volontari civici”, la cui figura è stata istituita qualche tempo fa dall’amministrazione per cementare un’idea del prendersi cura di ciò che è pubblico.

Dalla cima del colle Andrea punta con il dito su un pezzo di terreno verde, libero dal cemento. “Abbiamo sottratto alla speculazione edilizia un’area di 8 ettari dal piano regolatore, restituendone la funzione agricola. Da lì passerà la Ciclovia Alpe Adria, quasi 200 km di pista ciclabile per collegare le Alpi al mare, dall’Austria all’Italia”. Questi pericolosi ambientalisti che occupano a tempo determinato le istituzioni locali sanno dire no quando è opportuno, e mentre lo fanno già si immaginano l’alternativa, e la mettono in pratica.

Nella piazza di fronte al municipio insistono alcune gigantografie dei rifugiati pachistani e afgani presenti ad Artegna: “E’ in corso il Festival multimediale itinerante “Contaminazioni digitali”, che quest’anno ha un focus proprio sulle migrAzioni”. Alzo lo sguardo al sottotetto, dove Andrea mi mostra i nidi per rondoni che sono stati posizionati da poco. Il rondone è quasi estinto nelle zone colpite dal sisma del 1976: questo uccello migratore era solito nidificare nei sottotetti, tra le tegole o le travi a vista, dato che la sua principale caratteristica è l’impossibilità di appoggiarsi o aggrapparsi. Il sisma e la successiva ricostruzione, con caratteristiche edilizie differenti dal passato, hanno quasi del tutto cancellato il suo habitat, privandolo di un porto sicuro in cui approdare ogni anno, dopo la sua migrazione dall’Africa.

Riportare il rondone in paese significa restituire la vita ad una specie che vola per settemila chilometri, per tornare ogni anno esattamente nello stesso nido”. Un richiamo acustico aiuterà i rondoni a trovare la strada, e con un po’ di fortuna i nuovi nati si stabiliranno nei dieci nidi in Municipio. Se la cosa funzionerà, mi racconta infine Andrea, l’idea è quella di estendere l’iniziativa anche sui tetti dei cittadini privati. “Potremo alzare lo sguardo al cielo e sentirci un po’ parte di questa rinascita, aiutando altre creature ora che le case degli uomini sono di nuovo in piedi”.

La prima scossa c’era stata nel mese di maggio, la seconda a settembre. Morirono persone, crollarono case. Dopo 41 anni la storia è sempre questa, così come la voglia di andare avanti rispettando il passato, e progettando la vita. Come scriveva Malcolm de Chazal “la memoria ha cinque porte d’entrata: i cinque sensi; e una sola d’uscita: l’immaginazione”.

Quando arriva la pioggia (?)

Su tutti i giornali non si parla d’altro. Lo smog che attanaglia le città, le statistiche sulla mortalità provocata dalle polveri sottili.

Oggi tutti aspettiamo la pioggia, per lavare via le colpe di una politica incapace di gestire le cose, trasformandole sistematicamente in emergenze.

Domani la pioggia arriverà, e travolgerà tutto. Sarà di nuovo emergenza, morti, polemiche, parole al vento.

Diversamente miopi

“Le persone hanno una cosa in comune: sono tutte differenti”. (Robert Zend)

Qualcuno mi sa spiegare, concretamente, in che cosa consisterebbe la differenza tra un bambino nato da due genitori italiani e un bambino nato in Italia da due genitori stranieri?

Perché io, questa differenza, non la capisco. E soprattutto non la saprei spiegare a mio figlio. Semplicemente non la capirebbe, se non indossando gli occhiali sporchi e compromessi di noi altri adulti, diversamente miopi di fronte alla realtà semplice delle cose.

Abbiamo una paura fottuta di ciò che è sempre accaduto, nella storia dell’uomo. La contaminazione delle persone, non delle razze, che quelle proprio non esistono.

C’è una strada bianca che porta a San Lorenzo

C’è una strada bianca che porta a San Lorenzo, la chiesa romanica da poco ristrutturata nel comune di Mombello di Torino. Ci arrivo una mattina di qualche settimana fa, nel mio peregrinare tra comuni virtuosi freschi di nomina.

A due passi dal capoluogo piemontese, in un paese che non raggiunge i 500 abitanti, la scena che mi cade addosso è da restare senza fiato: un piccolo gioiello immerso nel verde di colline che tutt’intorno dipingono un paesaggio perfetto. Poche case, alberi e prati, e un cielo di settembre che irradia lo spazio di luce calda e avvolgente.

A darmi il passo sono un giovane sindaco, Vincenzo Verbena, e il suo compagno di squadra Alberto Guggino, in un territorio di quattro chilometri quadrati che conta sull’operato di un unico dipendente pubblico. Il cuore della vita istituzionale, laica e religiosa si raccoglie nel raggio di poche decine di metri. L’edifico municipale ospita anche il piccolo ufficio postale, la chiesa è poco distante, così come la piazza con l’area verde attrezzata e il circolo culturale, che vivono grazie all’impegno di un gruppo combattivo di volontari ostinati a creare occasioni di cultura e ricreazione per una popolazione che è fatta di anziani, ma anche di giovani che non intendono fuggire.

Nonostante le ristrettezze economiche che quasi tutti i comuni di piccola taglia devono affrontare, qui le idee ambiziose non mancano, perché chi governa è tutt’altro che in difetto di ossigeno o visione. E allora in un paio d’ore scarse di confronto vengo sommerso di progetti in corso di realizzazione, cantieri in fase di apertura, e sogni nei cassetti che poi trovano il modo per uscire di lì. Tra i tanti, prendo nota di due storie che in comune hanno un uso sostenibile del territorio. Il primo riguarda i terreni incolti che il comune vuole recuperare alla coltivazione delle canapa (come avveniva neanche troppo tempo fa), magari con l’istituzione di un marchio De.Co. (denominazione comunale di origine, nella vecchia intuizione di Luigi Veronelli).

Poi c’è il progetto “Pistaa – La Blue way piemontese”, promosso dall’Associazione culturale “Ciochevale”, che coinvolge un gruppo motivatissimo di comuni limitrofi. L’idea prevede la realizzazione di un percorso ciclabile utilizzando sentieri e strade bianche, congiungendo tratti di pista già esistenti e creando dove necessario piccoli nuovi collegamenti.

In tutto fanno la bellezza di settanta chilometri di ciclovia, un’infrastruttura leggera in gran parte già esistente che consentirà a Mombello e agli altri territori coinvolti di intercettare una popolazione di cittadini pronti a fare della bicicletta il proprio principale mezzo di locomozione e trasporto. In un colpo solo, con un uso razionale delle risorse e una valorizzazione di ciò che già esiste, questo piccolo comune annulla le distanze rimettendosi al centro, nel cuore di un futuro che non potrà essere altro che questo: sostenibile.

Leggendo tra le righe del progetto si scopre così che il percorso permetterà di collegare Moncalieri, Chieri e Castelnuovo. I comuni interessati inizialmente saranno: Chieri, Pino Torinese, Baldissero Torinese, Andezeno, Marentino, Arignano, Sciolze, Mombello di Torino, Moriondo, Moncucco, Castelnuovo, Albugnano, San Paolo Solbrito, Buttigliera d’Asti, Riva Presso Chieri, Santena, Cambiano, Poirino, Pecetto, Trofarello e Moncalieri.

L’intuizione vincente di questi amministratori gliela leggi negli occhi mentre ti raccontano le cose. Loro non sanno che stanno facendo qualcosa di grande, perché per loro è normale parlare di bicicletta quando ci si accosta al tema della mobilità. Mombello, e il suo progetto di ciclovia, sembra davvero molto distante rispetto alla sensibilità media che si riscontra in giro per il Paese quando si affrontano certi temi. Perché le sirene del cemento (parcheggi, tangenziali e raccordi, …) hanno quasi sempre il sopravvento.

Non qui, non oggi, in questa strada bianca che porta a San Lorenzo. Come ebbe a dire Andy Warhol: “Credo che avere la terra e non rovinarla sia la più bella forma d’arte che si possa desiderare”.

L’Appennino di Guccini

Una bellissima intervista di Giulio Cavalli a Francesco Guccini.

C’è dentro la storia, l’arte, un’idea altra del tempo, la terra, la montagna, e molto molto altro ancora.

Da leggere.

Per un’agricoltura ecologica

Vi segnalo questo interessantissimo appuntamento.

L’agricoltura è oggi oggetto di forte interesse per molteplici motivi, non ultimi quelli dovuti al rendimento degli investimenti in determinati settori, ma anche alla prospettiva occupazionale, da cui la rinnovata attenzione dei giovani e la sorprendente rinascita delle scuole direttamente o indirettamente legate all’agricoltura.

L’attenzione per il cibo, la salute, l’ambiente, il territorio e il paesaggio giocano sicuramente un ruolo importante.

Programma e info per partecipare li trovate qui.

Poi arriverà la pioggia

Poi, arriverà la pioggia.

E ci ricorderemo dei borghi abbandonati.

Dei campi morti.

Del sottobosco.

E dei vecchi agricoltori.

Dei torrenti rinchiusi in gabbie di cemento.

Del consumo. Di suolo e di buon senso.

Dei soldi spesi ad inseguire consenso e affari.

Della manutenzione. Non fatta. O fatta male.

Della rabbia e dello sconforto.

Dell’Appennino tramortito dalle insegne del progresso.

Dello scendere a valle. Di fango e distruzione.

Della politica immatura che ci governa prepotente.

Delle grandi opere, delle idee minute.

Poi, arriverà la pioggia.

E ci sorprenderà dentro a una scuola, o a un ospedale, o chiusi in casa.

La luce è già arrivata

Passeggiando nel paese del bookcrossing

A volte si ha come l’impressione che le buone pratiche locali siano viste, dalla politica nazionale, come tanti innocui pesciolini dentro ad un acquario. A cui cambiare, di tanto in tanto, l’acqua, sfamandole con un po’ di mangime. Ci passano davanti distratti, i nostri legislatori. Forse per la paura bestiale di dover riconoscere, nella forza di certe azioni, la propria inconcludenza.

A Monte Grimano Terme, paesino di mille anime al confine con San Marino, a due passi dalla Romagna ma già dentro la scenografia unica delle colline marchigiane, c’è tutto ciò che occorre per leggere la realtà di oggi e scorgerne al contempo le soluzioni. Che sono a portata di mano, proprio come le stelle, che grazie all’osservatorio astronomico di Monte San Lorenzo gestito da un gruppo di pensionati, sono fruibili a tutti in serate organizzate per bambini e famiglie, affollatissime.

La segnaletica stradale ti avvisa appena metti ruota dentro al paese. Sotto al cartello con il nome del comune c’è una scritta con l’immagine di un libro: “Paese del bookcrossing”. La cultura entra nella carta d’identità di Monte Grimano. E in giro per il borgo e le frazioni sono ben dodici la biblioteche di strada dove alla gente in fondo è chiesta solo una cosa: liberare i libri e far circolare le parole e le storie ivi contenute, leggendo.

Un tempo la ricchezza di questi luoghi era dettata dalla fortuna delle acque termali, che tra alti e bassi hanno portato al fallimento di un modello che ha significato per molti la perdita del posto di lavoro. E allora come creare nuove opportunità per frenare un declino apparentemente mortale, provando ad invertire la rotta? Usando la chiave della diversità. Con l’intervento di Atena Group, una realtà dedicata alla cura e all’accoglienza di persone con problemi comportamentali e sociali, il vecchio hotel si trasforma nella dimora di giovani con problemi psichici, che qui trovano una casa e una cura, e una nuova occasione di socialità e integrazione. La diffidenza della comunità si sgretola nel giorno per giorno di gesti consueti. I ragazzi gestiscono il verde pubblico, hanno un’edicola e un’enoteca, presto una cartolibreria, e a pochi chilometri dal centro abitato una fattoria dove si pratica il sogno concreto di un’agricoltura sociale. Il ritorno alla terra, dunque, come strumento per una rinascita collettiva.

Questi luoghi di inclusione sociale non si limitano ad essere però occasioni di ripartenza per le decine di ospiti delle varie strutture dislocate in paese, ma si fanno grimaldello per una nuova economia, che muove risorse e crea opportunità di lavoro per tutti. Come nel ristorante che il comune ha realizzato in mezzo al parco, e che viene gestito in comodato d’uso da una realtà locale.

Qui un motore potentissimo di condivisione e volontariato è la protezione civile. Mentre mi parla del gruppo, al sindaco Luca Gorgolini si illuminano gli occhi: “Senza di loro saremmo perduti, sono davvero bravissimi e molto generosi”. Luca è un ricercatore di storia contemporanea all’Università degli studi della Repubblica di San Marino e collabora come docente di storia contemporanea a contratto presso l’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia. E’ sindaco di Monte Grimano Terme dal maggio del 2014. La passione per la politica risale agli anni del liceo e alle esperienze delle occupazioni studentesche. In giro per il comune sono state individuate le dieci aree di primo soccorso dove la popolazione deve confluire in ca­so di evento calamit­oso. Tramite il servizio comunale su whatsapp INFOMONTEGRIMANOTERME, cinquecento numeri di telefono (che su mille abitanti significa all’incirca che tutte le famiglie sono state raggiunte) hanno ricevuto co­pia del vademecum con le informazioni relative al Piano Comunale di Protezione Civile, che tra qualche giorno sarà spedito in cartaceo a tutti i residenti. Per una volta la sicurezza non si limita al versare lacrime di coccodrillo il giorno dopo una disgrazia, ma si fa prevenzione, programmazione.

La connessione ad internet è garantita per tutti, grazie al servizio wi-fi accessibile negli spazi pubblici del centro storico. La scuola è un pezzo determinante per la sopravvivenza di un borgo, e a Monte Grimano l’edificio che la ospita è un modello, in fatto di sostenibilità ambientale e buone prassi. Intorno ai bambini ruota gran parte dell’offerta educativa pre e post scolastica, le iniziative ricreative e culturali. In fondo, per educare un fanciullo serve un intero villaggio. Nel paese del bookcrossing non poteva mancare uno spazio autogestito dai genitori per promuovere la lettura.

Ogni nascita è una festa, compresa quella che riguarda i piccoli esercizi commerciali di prossimità, che garantiscono un’opportunità di approvvigionamento per la popolazione anziana (e non solo) del territorio. Tanto che l’amministrazione comunale ha deciso di restituire per i primi due anni di attività le tasse dovute. Un incentivo concreto che ha consentito l’apertura e la riapertura di alcune attività commerciali.

Poi c’è l’arte, quella che libera la mente e consente di abbattere ogni barriera. Quella che ha portato a Monte Grimano una giovane donna palestinese che, a migliaia di chilometri di distanza dal proprio Paese di origine apre il proprio atelier in un spazio messo a disposizione dal Comune. La storia di Nidaa Badwan è potentissima, e mi restituisce il significato profondo della parola libertà. E’ una vera emozione raccogliere la testimonianza del marito Francesco Mazzarini, che mi riassume il viaggio che l’ha portata a noi. Un giorno di novembre del 2013, Nidaa è in strada con alcuni ragazzini a Deir al-Balah, nel sud della Striscia di Gaza, dove vive con la famiglia. Non indossa il velo ed è in compagnia di alcuni bimbi maschi. Una volta fermata dalle autorità del regime di Hamas Nidaa racconta del laboratorio di fotografia a cui sta lavorando. Una donna che pratica l’arte, a volto scoperto e insieme a un gruppo di giovani: sono motivi più che sufficienti per farla rinchiudere in cella, dove resterà per tre interminabili giorni, insultata e malmenata. Per essere rilasciata, i miliziani le impongono di firmare l’impegno a mettersi il velo ogni volta che uscirà di casa. Nidaa firma, ma poi mette in atto la sua ribellione, auto-recludendosi nella sua cameretta di tre metri per tre, unico luogo dove potersi esprimere per quello che è. Una donna libera. Un’artista. Libera.

In questi cento giorni di solitudine, Nidaa realizza una serie di autoscatti che diventeranno una mostra che sta facendo il giro del mondo. La notizia della sua protesta esce dalla piccola finestrella della sua camera e comincia a circolare prima a livello locale, fino ad occupare la prima pagina del New York Times. E’ il 27 febbraio del 2015, niente sarà più come prima. I media di mezzo mondo raccontano la sua vicenda, e in Italia è il Corriere della Sera a mettersi sulle sue tracce. Francesco con la sua associazione di volontariato propone al sindaco la possibilità di fare qualcosa di concreto per aiutare questa giovane artista. Nasce così il progetto del “Borgo delle libere arti”, un premio per adottare di volta in volta artisti con difficoltà di espressione nel proprio Paese di origine, che portino a Monte Grimano culture ed arte.

Le sue foto ti colpiscono per la loro bellezza – chiosa il sindaco Luca Gorgolini – Ma ti colpisce anche sapere il modo in cui sono state fatte. In una stanza di tre metri per tre, con l’autoscatto, in solitudine, con centinaia di scatti di prova e utilizzando esclusivamente la luce naturale proveniente da una piccolissima finestra”.

Oggi Nidaa è diventata parte della comunità. Ha realizzato un video per raccontare il borgo, svolge laboratori creativi nelle scuole del paese. Vive la sua vita da donna ed esprime il senso di una possibilità enorme che ci siamo dati ma che trascuriamo nel dare tutto per scontato, e nel pretendere di esercitare in solitaria questo diritto: essere liberi.

“I wait for the light” dichiarò alla giornalista del New York Times Jodi Rudoren nell’intervista che le ha cambiato la vita. A Monte Grimano Terme la luce è già arrivata. E’ la luce verde e a chilometro zero di un’intera comunità. Un esempio virtuoso e un modello per tutti noi, pesciolini rossi rinchiusi nei tanti acquari del mondo. Smaniosi di agitare le pinne nel vasto mare della realtà in divenire.

 

La tangenziale dei bambini

A Casalmaggiore, in provincia di Cremona, un papà ha voluto fare un regalo speciale ai propri figli e ai loro settecento coetanei frequentanti la scuola primaria Marconi, creando una Tangenziale pedonale/ciclabile tutta dedicata a loro.

Diciamocelo, questo progetto è di una bellezza e di una forza evocativa incredibili. Bravissimi gli ideatori e chi l’ha reso possibile.

Alea iacta est

La politica, quando si prende le proprie responsabilità, fa un doppio servizio alla comunità che contribuisce ad amministrare. In primo luogo lascia il segno, dando il buon esempio in quella che è a tutti gli effetti la società dell’è sempre colpa di qualcun altro. Poi mette le mani dentro le cose, e se le sporca nell’unica maniera corretta che esiste: cambiando il corso degli eventi, in trasparenza.

E’ in questa cornice che si sviluppa la scelta di Forlì ed altri 12 comuni del territorio di costituire una società pubblica in house per la gestione diretta dei rifiuti. Sabato, nell’ambito della Notte Verde a Forlì, ho avuto il piacere di intervenire per conto dei Comuni Virtuosi ad un appuntamento che era una delle tante tappe di avvicinamento che porteranno Alea a diventare operativa dal primo gennaio prossimo.

E mi sono permesso di ribadire i concetti che, sul tema della gestione dei rifiuti, andiamo dicendo da ormai un decennio abbondante.

Primo: bisogna chiudere le discariche e spegnere gli inceneritori. Per renderlo possibile, occorre che tutti i soggetti in campo facciano la propria parte (istituzioni, imprese, comunità).

Secondo: Occorre risolvere una volta per tutte il conflitto di interessi tale per cui chi fa la raccolta dei rifiuti non può in alcun modo essere poi anche quello che smaltisce.

Terzo: Occorre che alle parole e alle formule magiche di cui troppo spesso ci innamoriamo (oggi il nuovo must è ECONOMIA CIRCOLARE, ieri era RIFIUTI ZERO, più indietro ancora SVILUPPO SOSTENIBILE) seguano i fatti. Noi di questo ci innamoriamo: delle azioni concrete, dei progetti completi e delle storie che scardino un destino apparentemente già scritto. Di chi apre la strada al nuovo, stravolgendolo (vedi Ponte nelle Alpi, Parma, Trento, Treviso…).

Quarto: servono gli impianti, le risorse, buona tecnologia ed organizzazione seria, per fare le cose. Ma serve anche preparazione e cultura, e tempo per arare un terreno che è ancora fertile ma a forte rischio siccità. Silenziare le sirene dell’usa e getta non è facile, ma possibile.

La politica deve avere pazienza, e farsi sostanza. Buon lavoro a Paolo Contò, amministratore unico di Alea e portatore di un’esperienza modello come quella del Priula e di Contarina.