Patrimonio delle umanità

I piccoli negozi di vicinato, le botteghe artigiane, dovrebbero essere tutelate e valorizzate come patrimonio delle umanità.

Per ciò che rappresentano, per il servizio che danno. Perché sono un antidoto, visibile e potentissimo, alla decadenza di un modello che basa la propria forza e ragion d’essere su linee guida codificate: fretta, bisogni indotti, usa e getta, isolamento.

Se fossi il sindaco della mia città metterei in campo incentivi, anche sotto forma di de-tassazione, campagne di informazione e sensibilizzazione, spazi ed occasioni di incontro con la cittadinanza. Chiedendo loro, in cambio, di scegliere il territorio in tutte le sue declinazioni (filiera corta, tipicità, stagionalità, storia) e innovazione (anche nella componente di contaminazione delle culture del e dal mondo).

Questo farei, insieme ad una moratoria che ci guarisca dalla bulimia delle grandi cattedrali del consumo a orario continuato.

Meno cemento, insomma, e più prossimità. Meno oggetti, e più passione. Meno spreco, più riuso.

Una specie di cambio di passo irreversibile, forse salvifico.

La Svezia in riparazione

Credo che stia avvendendo un grande cambiamento in Svezia. C’è una maggiore consapevolezza, dobbiamo fare durare le cose più a lungo al fine di ridurre il consumo di materiali‘.

Parola di Per Bolund, Ministro svedese per i mercati finanziari. Il partito di coalizione verde sta presentando una proposta al Parlamento svedese per tagliare l’aliquota IVA sulle riparazioni di biciclette, vestiti e scarpe dal 25% al 12%.

La riduzione fiscale sugli apparecchi potrebbe stimolare la creazione di una nuova industria di riparazioni, fornendo posti di lavoro tanto necessari per i nuovi immigrati che non hanno un istruzione formale. La Svezia ha tagliato le sue emissioni annue di anidride carbonica del 23% dal 1990 e già genera più della metà dell’energia elettrica da fonti rinnovabili.

Utopie concrete di una politica che le cose le fa, e le cambia.

Qui l’articolo completo tratto da Caterpillar.

Se niente importa

“Una gabbia per galline ovaiole concede in genere a ogni animale una superficie all’incirca di quattro decimetri quadrati: uno spazio grande poco meno di un foglio A4…

Entra mentalmente in un ascensore affollato, un ascensore così affollato che non riesci a girarti senza sbattere contro il tuo vicino. Un ascensore così affollato che spesso rimani sollevato a mezz’aria. Il che è una specie di benedizione, perché il pavimento inclinato è fatto di fil di ferro che ti sega i piedi.

Dopo un pò quelli che stanno nell’ascensore perderanno la capacità di lavorare nell’interesse del gruppo. Alcuni diventeranno violenti, altri impazziranno. Qualcuno, privato di cibo e speranza, si volgerà al cannibalismo.

Non c’è tregua, non c’è sollievo. Non arriverà nessun addetto a riparare l’ascensore. Le porte si apriranno una sola volta, al termine della tua vita, per portarti nell’unico posto peggiore”.

“Se niente importa”. Di Jonathan Safran Foer – IL LIBRO

Sessantaquattro milioni

Forse sono io che sono un irriducibile ingenuo. O un pericoloso populista, che mette insieme pezzi di verità per confutare la visione complessiva e fornire una ricetta facile facile ma impraticabile di fronte alla realtà dei fatti.

Ma non riesco a togliermi dalla testa questa cifra che grida vendetta. Sessantaquattro milioni. Al giorno. Spesi per comprare armi, mantenere eserciti e missioni, investire in un mondo fatto di forza ed esportazione, forzata, di queste nostre bolse democrazie.

Sessantaquattro milioni di euro spesi al giorno, tutti i santi giorni, per acquistare carri armati, elicotteri d’assalto, f-35, bombe. Ma che ci faremo, poi, con tutta questa tecnologia di morte? Noi che nella Carta Costituzionale (ormai solo su quel pezzo di carta) ripudiamo la guerra. Noi che ci lamentiamo dei tagli e delle risorse che non bastano mai. Noi che protestiamo con l’Europa per i troppi vincoli e la mannaia di un politica di austerità perlomeno miope, se non del tutto cieca…

Sessantaquattro milioni di euro, al giorno. Ogni giorno, per tutti i giorni dell’anno. Pensiamoci, in questa vigilia di anno nuovo. In questo tempo di buoni propositi e di promesse che potrebbero essere presto di marinaio. E diamoci un taglio, con le balle. Diamoci un taglio, a questa logica folle e insulsa del mondo che siamo diventati, a forza di dirci che c’era il rischio di diventarlo…

E facciamoci dell’altro, con quei soldi. Che di cose da fare, in questo nostro amato Paese, ce ne sarebbero eccome.

Cibo, lavoro e dignità

Camminando nella piana di Gioia Tauro, negli agrumeti intorno a Rosarno, abbiamo riflettuto molto su questo.

Se guardiamo gli scaffali infiniti dei supermercati, o i tir stracolmi di cibo che solcano le autostrade o i container nei porti e negli aeroporti, o i buffet sempre pieni di ristoranti sempre uguali, ma anche se pensiamo alle tendopoli di stato con centinaia di baraccati, alle navi militari con la pancia piena di naufraghi pronti a diventare richiedenti asilo, agli alberghi, ai residence e alle caserme trasformati in centri di interminabile emergenza, se pensiamo a tutto ciò, come facciamo a cercare spazi di dignità e rispetto per la vita umana?

Tutto sembra dentro a una macchina destinata a schiacciare e incasellare, una macchina dentro alla quale hai una sola possibile posizione: aspettare di poter consumare. Dove consumare significa anche consumarti e dove poter trovare uno spazio per raccontare o addirittura proporre una tua scelta è davvero difficile.

I produttori di agrumi che abbiamo incontrato nei campi di clementine non raccolte o i migranti della tendopoli e dei casolari di campagna hanno questo in comune: sanno di non poter scegliere, di poter solo aspettare. L’attesa di lavorare, l’attesa di mangiare: il cibo che nutre o che ti mangia?

Il futuro in cima

Pensai al torrente: alla pozza, alla cascatella, alle trote che muovevano la coda per restare immobili, alle foglie e ai rametti che correvano oltre. E poi alle trote che scattavano incontro alle loro prede. Cominciai a capire un fatto, e cioè che tutte le cose, per un pesce di fiume, vengono da monte: insetti, rami, foglie, qualsiasi cosa.

Per questo guarda verso l’alto, in attesa di ciò che deve arrivare. Se il punto in cui ti immergi in un fiume è il presente, pensai, allora il passato è l’acqua che ti ha superato, quella che va verso il basso e dove non c’è più niente per te, mentre il futuro è l’acqua che scende dall’alto, portando pericoli e sorprese. Il passato è a valle, il futuro a monte. Ecco come avrei dovuto rispondere a mio padre. Qualunque cosa sia il destino, abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa“.

Paolo Cognetti, “Le otto montagne“.

Il paese della comunità

«Quest’anno festeggiamo venticinque anni di vita – ricorda Oreste Torri -. Nel 1991 ha chiuso l’unico bar del paese. Poco prima aveva abbassato le serrande anche l’ultima bottega. Succiso era destinato a spopolarsi e a divenire un borgo fantasma. Così, noi, un gruppo di nove storici amici, si è rimboccato le maniche e ha creato la cooperativa. Tutti avevamo già un mestiere, ma abbiamo sempre lavorato da volontari. All’inizio rischiando i nostri soldi, poi investendo fondi regionali, provinciali, europei».

Dunque in quel lontano gennaio del 1991 riapre prima il bar, poi un piccolo mini market, quindi viene avviata la produzione del pecorino con l’acquisto di 240 pecore. Più tardi sono arrivati il ristorante e perfino un agriturismo che ormai accoglie fino a 14mila ospiti l’anno. I Cavalieri, oggi, fatturano circa 700 mila euro l’anno. I dipendenti assunti, figure decisamente polivalenti, sono 7 più 12 stagionali. «Il paese è tornato a vivere, anche se all’inizio ci davano per matti».

L’articolo completo di Mauro Pianta per “La Stampa” dedicato alla cooperativa di comunità di Succiso

Il Paese che è già

Sulle tracce dell’eroe fenicio Cadmo, cui il mito attribuisce l’introduzione in Grecia dell’alfabeto, Nicola, trentenne incerto sul futuro, e il fratello Elia, dieci anni, intraprendono un viaggio in Italia alla ricerca di un nuovo linguaggio, per ridare alle cose il loro giusto nome e restituire un senso alle parole.

In questo peregrinare, fatto di volti e luoghi, realtà dolorose e memorie storiche, la strada diventa percorso di formazione e insieme di esplorazione immaginaria. Al confine tra documentario e finzione, Sarà un paese racconta le speranze del Paese che sarà. Il film, firmato da Nicola Campiotti è sostenuto dal Comitato Italiano per l’UNICEF per l’alto valore del messaggio contenuto.

Sarà un Paese” parla anche di noi, e lo fa in modo lieve.

Il sorpasso

Fino a cinque anni fa sembrava ancora una utopia, fino all’anno scorso una ipotesi ancora troppo ottimistica.

E, invece, ci siamo già arrivati: in alcune aree del mondo le energie prodotte da fonti rinnovabili, in particolare del solare, sono più convenienti delle fonti fossili.